Mi piace corto – Dal Mecal di Barcellona al Vintage di Padova

di Alberto Bullado, Tommaso De BeniAntonio Lauriola.

Corto. In origine non poteva essere che così: vuoi per la lunghezza della pellicola, vuoi per il peso delle macchine e la loro scarsa portabilità, vuoi per una visione ancora ingenua e di rappresentazione più che di narrazione del cinema[1], i primi prodotti cinematografici spesso non superavano il minuto e ci volle del tempo prima di giungere alla durata filmica dell’ora e mezza o superiore, come siamo sempre più abituati a verificare nelle sale.

Come spesso accade nei processi evolutivi, però, un ceppo dà origine al ramo e non per questo cessa di esistere. Allo stesso modo, la tradizione del cortometraggio – di un film, cioè, della durata contenuta circa nell’ordine della mezzoretta – nella cinematografia occidentale non ha mai cessato di esistere pur essendo spesso surclassata a quella del cosiddetto lungometraggio. Perfettamente in linea con i tempi, i cineasti, gli sceneggiatori e i produttori che si sono occupati (e si occupano) di cortometraggio, hanno sapientemente affinato le tecniche e l’arte del cortometraggio prestandole – quando la funzione puramente artistica non è stata il principale obiettivo – alla pubblicità (non si dimentichino, ad esempio, accanto a quelle moderne, gli spettacoli del Carosello della televisione italiana), alla musica coi videoclip, al documentario – spesso televisivo ma non solo.

Parlare di questa forma di arte visiva nel 2011 pone qualche difficoltà. A partire dalla mole di produzioni di varia qualità, incentivate peraltro dalla larga diffusione di mezzi di ripresa, editing e riproducibilità del video, la ricerca di un trend o di un modello per il cortometraggio o, ancora, la pretesa dell’offerta di una panoramica del genere, sono tutte operazioni titaniche e, forse, pretenziose. Basti, per avere un’idea, dare un’occhiata alla lista dei festival che in Italia le sono dedicati.

Proprio nei giorni scorsi, durante il weekend del Padova Vintage Festival 2011, la rassegna Mi piace corto ha offerto, sulla parete dell’auditorium del Centro Culturale San Gaetano, una bella selezione di cortometraggi che hanno partecipato a uno degli eventi del settore più importanti d’Europa, il Mecal, festival internazionale di cortometraggi di Barcellona. A curare l’evento, Cinzia Spironello, che ha montato videoclip, pubblicità e film in tre catene – una per serata – della durata di poco più di un’ora, scegliendo prodotti sconsigliati a un pubblico immaturo o, come recita la promo, v.m. 18.

L’idea di presentare le selezioni senza soluzione di continuità – ci dice la Spironello – ma rispettando solamente il criterio tematico delle tre serate, nasce dalla convinzione che ad animarne lo spirito sia proprio la rinuncia ai confini di ciascun filmato (se non lo schermo nero per pochi secondi) per la creazione di un continuum che assuma l’identità di nuovo e diverso oggetto artistico.

Un indubbio successo per gli organizzatori del Vintage Festival a giudicare dall’affluenza di pubblico e dai commenti post-proiezione. A farla da padroni sono stati certamente l’ironia e il gusto senza, comunque, togliere spazio a qualche riflessione seria e mai seriosa sulla condizione dell’uomo degli anni Duemila. L’unica pecca, non imputabile, forse, agli organizzatori, l’aspetto tecnico delle proiezioni: oltre alle belle file di comodi divanetti, in un auditorium di recentissima ristrutturazione ci si aspetterebbe quantomeno la presenza di un impianto di diffusione video e audio, e di gestione e controllo degli stessi, preinstallato, in vece del tavolino posticcio con cavi lungo la scalinata e mixer e computer in prima fila.

A seguire il diario delle tre giornate, con impressioni a caldo sui cicli di cortometraggi.

9 Settembre. Day 1.

Corpi vestiti dalla convenzione si alternano a corpi nudi che divengono oggetti o che si uniscono sincronizzandosi con il ritmo musicale nella prima serata che il Vintage festival 2011 di Padova ha dedicato al cortometraggio. Abbiamo assistito a una stupenda rassegna di estro e creatività realizzati attraverso diverse forme: dai videoclip in cui i corpi diventano oggetti e gli oggetti diventano strumenti musicali fino alla pubblicità, passando per storie vere e proprie con una narrazione compiuta.

Il primo corto, girato con la tecnica dello stop motion, è forse quello di più forte impatto, sia come temi affrontati sia come effetti visivi. Si può vincere la morte e fermare il tempo? Questa pare essere la domanda fondamentale. La tecnica e la tecnologia sembrerebbero fornire una risposta positiva, anche nell’evidente stato di finzione e ripetitività meccanica in cui costringe i corpi e le abitudini. Ma del resto non è forse la stessa società contemporanea ad imporci quotidianamente una lunga serie di automatismi che noi accettiamo tranquillamente come diligenti ingranaggi di un grande meccanismo? Il finale del corto ci svela però  che non è possibile, oltre a non essere giusto, piegare le persone o gli animali alle nostre esigenze e ai nostri capricci.

Agli antipodi, l’ultimo corto è quello più esilarante, nella forma di un’intervista agli improbabili inventori spagnoli della breakdance.

Nel mezzo, c’è spazio per una mietitrebbia impietosa che punisce due giovani sprovveduti per non aver praticato “sesso sicuro” ed anche per un raffinato omaggio al teatro di Samuel Beckett.

Questa proiezione è forse un’esperienza nuova e spiazzante per il pubblico di Padova, ma del resto il cinema è il cortometraggio, come ci ricorda il docente Mirco Melanco nella sua esauriente introduzione, e quindi si può dedurre, come sostiene il regista spagnolo con la cui intervista in occasione del Mecal di Barcellona si è aperta la rassegna di corti, che chi ama il cinema guarda anche i cortometraggi.

10 Settembre. Day 2.

Una decina di cortometraggi si inseguono nel montaggio offerto da Cinzia Spironello per la seconda serata della rassegna “Mi piace corto”, presentata nell’auditorium del Centro Culturale San Gaetano a Padova in occasione del Vintage Festival.

Dopo una breve intervista al curatore del Mecal di Barcellona, fil rouge che collega gli elementi della proiezione è l’alternanza tra il ‘pelo’ e la sua assenza. La sensazione che resta, però, è che il ciclo mostri esempi della perdita e della conquista di un’identità, dell’autonomia nel contesto sociale contemporaneo.

Ne abbiamo chiaro esempio già dal primo corto della lista, l’assurda vicenda di un gestore di copisteria intrappolato nella routine della propria giornata: come se rompesse il continuum spazio-temporale, la macchina ripropone in ciclostile quegli attimi e interferisce con la realtà clonando lo stupito protagonista in infinite copie identiche nello stesso immortale atto dell’assestamento di un ciuffo di capelli dopo il risveglio mattutino e dei gesti che seguono. All’opposto, nella pubblicità di una nota marca di prodotti per la barba, vediamo la storia di un ragazzo che mette il pelo a qualunque cosa tocchi pur essendo perfettamente normale in tutto il resto ma che riesce, forse, a trovare il vero amore.

E mentre una giovane e avvenente ragazza fa un sensuale bagno di capelli rossi nel rispetto (postmoderno) dei più classici cliché, lo spot di una birra fa coltivare un campo di capelli – con tanto di semina, innaffiatura e cure – perché ne escano ragazze e ragazzi pronti al party.

A chiudere il treno di immagini, in un mondo di adolescenti dai capelli acconciati in lunghe trecce, il gesto anticonformista di una ragazza che procura piacere al proprio partner offrendogli una fellatio proprio al pettinato crine diventa ben presto la moda del posto.

Se il filo conduttore della prima serata sembrava, dunque, quello dell’estraniamento nell’automazione, la seconda fa un passo avanti e indaga, nei modi ironici o secchi propri del cortometraggio, uno dei  grandi temi della società massificata: la ricerca di qualcuno – o qualcosa – in sé stessi o nell’altro, sia che si tratti dell’approvazione di una vecchina sul proprio taglio di capelli (con l’enigma di cosa ne farà di quelli caduti e conservati) sia nello scontro fisico al ritmo di un “Tango Finlandese” o – perché no? – nell’insistito tentativo di comunicazione inesorabilmente interrotto da una segreteria telefonica.

11 Settembre. Day 3.

La terza ed ultima serata della rassegna “Mi piace corto” l’avevano sponsorizzata come la più estrema, la più controversa, la più irriverente. Premesse mantenute? Direi di sì. Si parla di zombi e di cibo, e di cibo di zombi e di cibo degli uomini (che poi sono il cibo degli zombi), quasi non ci fosse una vera e propria distinzione, un gioco di specchi divertente ma anche provocatorio. L’anima critica del tema viene per lo più restituita dal primo cortometraggio nel quale la riunione dei vertici di una fantomatica multinazionale della carne di maiale, la Pork Corp, si trasforma in un festino osé. Uomini che mangiano porci e che lo diventano, in nome di un capitalismo suino. La completa sovrapposizione tra uomo e animale avviene e si conclude con il maiale che infine diventa il miglior amico dell’uomo. Alla stregua di un cagnolino da passeggio, con tanto di guinzaglio. Un’istantanea che allieterà l’immaginario vegan.

Seguono auliche porno-camporelle, piuttosto esplicite, e giochi erotici con il cibo (la ragazza diventa una bruschetta umana mentre la brocca del latte si rovescia proprio nel momento catartico). Ma niente che possa reggere il confronto con la bocca e lingua di una lussuriosa modella, pronta a cingere con voluttà qualsiasi cibaria smodatamente allusiva. Qui la sovrapposizione formale è gratuita (se mi è concessa una critica, mi chiedo come si possa ancora parlare di trasgressione mimando riferimenti sessuali così espliciti quando il porno è diventato un genere di consumo praticamente democratico) comunque riesce nell’intento di divertire. E se non bastassero wurstel e banane ecco minzioni ed eiaculazioni a go go, con scatting finale al cioccolato. A proposito di cacca, un happy (?) ending in comune con un altro cortometraggio. Altra modella bonazza, protagonista assieme ad un yogurt un po’ troppo vintage che scatenerà in lei un getto di vomito poetico e prorompente tanto da conquistare le movenze del corpo in una danza leggiadra.

Dai rombi intestinali ai crampi allo stomaco di uno zombie sfigato e maldestro alla ricerca di «brains…», che ricorda un po’ lo scoiattolo de L’Era Glaciale: infine la sua ghianda sarà la testa decapitata della zombie fidanzata. Da qui parte una riflessione autoironica di pressoché tutti i clichè del genere attraverso un decentramento narrativo non da poco: per la prima volta la telecamera sta dalla parte dei non morti e delle loro sgangherate vicissitudini. Si arriva persino ad immaginare una high school americana popolata di indisciplinati zombi adolescenti, che devono imparare ad astenersi dalle loro pruriginose voglie (cibarsi di cervelli) con l’aiuto di surrogati (ovvero delle carote: qui il gioco allusivo è più sottile). E poi l’esilarante docu-fiction costruita attorno ad uno zombie che cerca di integrarsi nella società. La restituzione sarcastica di un format che abbiamo importato dall’estero e che fruiamo in canali come Mtv. Avrete di certo presente: il protagonista che si racconta, intervallato da frammenti di vita vissuta e da primi piani e frasi d’effetto. Essere uno zombie al giorno d’oggi non è semplice: i pregiudizi della gente, l’aspetto estetico, il cattivo odore. E poi è difficile rimorchiare. Che rimanga tra noi: sotto il maquillage da non morto si cela uno strepitoso Ed Helms, cioè lo sfigato nevrotico di Una notte da leoni


[1] Ma circa il dibattito su questo controverso punto v., ad es., GAUDREAULT A., Du littéraire au filmique. Système du récit, trad. it. Dal letterario al filmico. Sistema del racconto, Lindau, Torino 2006

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