Diaro vintage. Chronicles of a “Media Partner”

di Alberto Bullado.

È da quando associo me stesso al Padova Vintage Festival che mi sento puntare addosso la parola outsider. Una sensazione mia, intima, personale. Un po’ come una stella gialla appuntata sul petto. Invece mi ritroverò a sfoggiare un pass/accredito appeso ad un cordino attorno al collo. Della serie: ci sono dentro. Come uno dello staff. Non un outsider ma un insider. Quale simpatico ossimoro.
Il mio compito? Osservare e scrivere. Dicono che interessa il nostro punto di vista, articolato, approfondito, alieno. Nostro nel senso di Conaltrimezzi, tra i “media partner” dell’evento.
Solo che non scrivo abitualmente di queste cose. Nessuno di noi lo fa.
E non me ne intendo di moda. Sono un comune consumatore senza nessuna pretesa di sapere cose inutili ostentando la sicumera di stringere l’universo-mondo dello scibile umano in pugno, solo perché credo di poter essere uno spavaldo nocchiero in un mare di patinate allu/illu-sioni. Osservando alla tivù o spulciando certe riviste (glamour, si dice così?), quelle con tre pagine di articoli e 100 di pubblicità, quelle dove trovi l’indice solo dopo 20 facciate di foto di modelli e di modelle e di loghi, cercando di capire l’elemento umano e teorico che sta dietro a tutto ciò, sono giunto alla conclusione che occorre essere veramente qualcuno per convincere la gente dell’importanza magnetica ed esistenziale del colore di un foulard piuttosto che del twinset del prossimo, non quello alle porte, inverno, mentre stai ancora sudando l’ultimo afoso scampolo di estate (funestata dalla crisi). Perché se non fosse così sono tutte le altre persone che leggono a non essere qualcuno, ad essere involucri da riempire con qualsiasi vaneggiata. Ma non è così, sarebbe troppo facile. Perché c’è una ragione in tutto questo. Così come nel successo del vintage, che per qualcuno non è altro che una moda senza senso o un alibi stiloso di molti, forse troppi, manichini. E quindi sono qui anche per capire. Inoltre non si tratta solo di moda, ma anche di cultura, per quanto possa ancora avere un senso questa parola. Anche se forse sarebbe meglio parlare di “cultura dell’immagine”, o di immagine e basta. O ancora di linguaggio. E allora sforziamoci di capire questa lingua. E soprattutto quel fattore umano, quel nucleo concettuale o speculativo sopra al quale tutto galleggia.

Cosa mi aspetto? Gente, tanta. Personaggi, molti, da ascoltare ed interpellare. Argomenti, parecchi, da affrontare cercando di esacerbare in ciascun contesto qualcosa di interessante, anche se dovessi a che fare con la banalità più asfissiante. E devo dire la verità, tra i mille pregiudizi che potrei mai avere, tra l’immagine di sfilate di scintillanti poser padovani, fighetti maniaci dello struscio, che mi vedrò passare accanto, prevale la curiosità. Che va a braccetto con la paura. Paura di dover usare parole che non conosco. Paura di non capire. Paura di rompermi le palle. Ma la paura è uno dei sentimenti più fertili dell’uomo. E va accettata. Dopotutto il significato della vita va ricercato attraversando dieci, cento, mille inferni. Compreso questo. Una volta arrivato dall’altra parte sarò solo tre giorni più vecchio. Anzi no. Più vintage.


Quanto segue è solo un diario distratto, compilato durante i pochi momenti morti della giornata, così, per riposare la mente di un “media partner” qualunque…

Venerdì 9 settembre

Il San Gaetano è un formichiere di lavoratori post lavoro e gente in piena rilassatezza post estiva dilazionata ad oltranza. Giovani donne campionesse di slalom da bancarella, vortici di Reflex fameliche nel catturare anche il benché minimo particolare, qualsiasi sfuggevole dettaglio, dell’intero ambaradan, anche fosse un riverbero di luce tra i capelli di una, preferibilmente, bella ragazza. E poi studenti, curiosi e curiosi pensionati in libera uscita, ora che pure l’afa ha deciso di farsi una pennica. Si respira l’elettricità dell’esordio, il primo giorno di scuola di uno degli eventi culturali e di costume più seguiti della città: giusto per ricordare la passata edizione, circa 23.000 visite (così mi dicono), un record che quest’anno si cercherà di bissare. Scommetto che di tutte le persone che passeranno di qua il 10% riconoscerà il ritratto di Nietzsche nei nostri pieghevoli. E lo 0,001% quello di Sergio Corazzini (scarnificato a metà). Con questo cosa voglio dire? Niente. La verità.

Ore 18:30. Orario da happy hour. Il San Gaetano è un progressivo addensarsi di gente. Il momento giusto per un’incursione di breakers al centro dell’atrio. Parte un’epilettica cassa-rullante e i ragazzi si gettano in una tarantolante esibizione crivellata dai flash dei fotografi. Bravi.

In serata le richieste d’amicizia su Facebook aumentano. I workshop si succedono puntuali, Arte programmata, l’Italia vista dalla Luna, La storia proibita anni ’80 e Passione Vintage, con una Isabel Wolff, paparazzata, coccolata, intervistata ed irradiata dai flash per i primi piani accanto ai banner del festival. Tutto fila liscio. Troppo. Ore 21:00, la notizia dell’arrivo di Sgarbi e della Ricciarelli, previsto per 22:30, guasta i piani dell’oliata organizzazione. Alle 23:00 qui si dovrebbe chiudere e la proiezione dei corti non può essere posticipata. Mo so’ cazzi? Vedremo. Sai che magari il Vittorio nazionale non si confonde per i budelli padovani a colpi di sprissetti (qui lo dico e qui lo nego: in realtà tutti sperano in una sua deviazione in zona industriale, lì è più facile andare a trans).
A me risulta che Sgarbi al San Gaetano non è mai arrivato. Forse la periferia l’ha veramente attirato nei suoi meandri di cemento e lussuria.

La rassegna dei corti mi dicono che spacca i culi. Nel frattempo noi di Conaltrimezzi, intenti a scribacchiare articoli e sbobinare interviste audio sul posto, diveniamo progressivamente una sorta di infopoint: “il mercatino quando riapre?”, “gli inviti alla festa dove posso trovarli?” ed il sempreverde: “dov’è il cesso?”. E sì, se volete le nostre fighissime magliette potete averle e ordinarle. A breve tutte le taglie e i colori disponibili. E sì, uomo e anche donna (portate pazienza ma prima o poi ci creeremo la nostra pagina di sito dedicata appositamente al nostro prêtàporter: una parola che al termine del festival punto ad intendere e dominare). Si torna a casa spezzati, a mezzanotte-mezzanotte e mezza. Il bello che ci sarebbe ancora gente che si informa su mostre, esibizioni e workshop. Non si pongono il problema che prima o poi si deve chiudere. Orario continuato sì, ma non siamo un 24ore su 24 stile market americano. La doccia e la branda ci reclamano. Domani si riparte. Questo era solo il primo giorno?

Sabato 10 settembre

Sabato è sabato. E si vede. Alle 16:00 c’è già gente, nel senso di tanta e più consapevole: meno domande, vanno dritte al mercatino. Gente più giovane, gente più sveglia, gente che sa perché è qui. Anagrafi più in linea con il target che fanno capannella attorno all’atrio, un anello di carne e vestiti scremati dall’armadio di nonna, che chiude la danza dei breakers. Quelli arrivano scientificamente quando c’è più bolgia. O la bolgia la creano loro. Parte la base, starnuti epilettici dei flash, e via. Loro dissimulano, ma secondo me certe schienate le sentono. Perché se non le sentono c’è da riflettere. Voglio vedere se domani sono ancora qui a fare il lombrico per terra.

Stavo pensando, se prendo un euro per ogni tatuaggio traditional che entra al San Gaetano, ora di domani, il San Gaetano me lo compro.

La Wolff è qui anche oggi. Chissà se nel frattempo si è andata a vedere gli Scrovegni, il Bo, il Palazzo della Ragione, il Santo, la Specola, le piazze, Prato della Valle, o se almeno si è fatta un panino dalla Zita. Perché se è venuta a Padova solo per noi, beh, è stata troppo gentile.

Sabato è sabato. Orario happy hour + fame di mercatino + weekend prima dell’apertura delle scuole + workshop + Carla Gozzi. Il suo codazzo di assistenti, amiche e cartelliniste carine, lungo, è direttamente proporzionale al suo pubblico, tanto. Voglio dire: esistono proprio le Carla’s fans. Ditemi che c’hanno anche il pulmino.

Il San Gaetano è una bolgia rumorosa e delirante ma variopinta. Benetton qui ci potrebbe fare una campagna pubblicitaria. O forse anche H&M. Si entra a scaglioni e per questo motivo credo che benedirò la presenza di un reparto di sicurezza per la prima volta nella mia vita. Fuori fanno la coda. Io no, c’ho il pass. Sabato è sabato. E si vede. Domani che giorno è? Domenica. Appunto.

Bertallot riempie l’auditorium. I crampi per la fame annunciano il faccia a faccia Favaretto-JoeVelluto. Nel frattempo il San Gaetano è uno spurgo ininterrotto di gonne, borsette, capelli, tatuazzi, pantaloni stretti e con risvoltino, baffetti, cappellini e gente che ti chiede dov’è il cesso. Te lo chiederanno sempre, all’infinito, finché Dio non ci farà completamente assessuati, senza fessure e senza vesciche. Si fa tardi e gli occhi imprecano, la schiena è un festival di crampi, la pancia è un’orgia di demoni. Vado a mangiare qualcosa prima che arrivi domani. 00:01. Appunto. Passo e chiudo. (Domani che giorno è?… Ah già…)

Domenica 11 settembre

Domenica. Ore 15:00. Farsi da Corso Milano al San Gaetano significa attraversare Padova in versione “The Day After”. Un’ora e mezza più tardi la padovanità scaturisce dalle tane per riversarsi tutta qui. Un fiume ad orologeria. Fuori c’è una coda che attraversa l’intero lastricato e arriva in via Altinate dove la gente si ammucchia. Mi chiedo chi sia il genio, in questi casi c’è n’è sempre uno, che espone la propria Vespa modello nuovo in mezzo agli scooteroni di 30-40-50 anni più nobili. Con tutto il rispetto, ma una Panda non può stare a fianco ad una Giulietta senza fare la figura di una Panda accanto ad una Giulietta.

Ah già, oggi è l’11 settembre. Il San Gaetano sarebbe un ottimo obbiettivo sensibile.
Dopo la presentazione dell’archivio di capi vintage di A.N.G.E.L.O in auditorium e i due workshop culinari, dopo le ballerine di charleston saltellanti sull’atrio, dopo l’assedio al mercatino, dopo l’avanti e indietro, di qua e di là, la t-shirt che porti addosso è già abbastanza vintage per un cambio al volo, con refresh. Ho notato che ci sono visitatori che sembrano adottare il medesimo espediente. Gente che becchi al workshop seguente e che sfoggia capi diversi dai calzini in su. Pare persino una gag, ma credo che sia una cosa presa piuttosto seriamente. Fashion vittimismo all’ennesima potenza. O forse sono io che sono fuori dal tempo, come dicevano i Bluvertigo (appunto). Ora capisco perché vanno in giro con borse piuttosto voluminose. E che rimanga tra noi: mai visto così poco testosterone concentrato in così tanti maschietti.

Oggi è domenica. Sì, si vede. Mi dicono che si chiude prima. Solamente in questo caso: sia lodato il lunedì. Altro fatto positivo: in questi giorni ho capito effettivamente cosa significa prêtàporter. Ma non solo, anche haute couture e allure. Che sono semplicemente parole italiane ma in francese. Forse questo andrebbe spiegato a molte persone. Avanti di questo passo e riprendo i miei polverosi studi di francese solo per riuscire a dare corda a qualche pappagallo fashion nerd con la “evve” moscia e godermi il teatrino. Altro appunto: per le interviste munirsi di mentine e o di chewing gum. Io l’avevo previsto. Alcuni ospiti, relatori dei workshop, no.

Il party di chiusura al Pedrocchi, annunciato all’altoparlante da Orsacchini, giunge come la voce di Dio. Un inappellabile giudizio divino che sta a significare: fuori dalle palle. Tranne noi che ci beccheremo l’ultima rassegna dei cortometraggi, che questa volta mi voglio concedere perché tutti mi dicono che sono fighi. Chissà quando il vuoto saprà ridare al San Gaetano quella pace claustrale che meriterebbe. Che poi non so neanche cos’abbia fatto di tanto bello questo Gaetano. Intanto sono le meno cinque alle nove. Ora però neanche i chewing gum mi salveranno dalla fame. E sono indietro di un’intervista e mezza da trascrivere. Altro appunto: farsi ripetere dagli ospiti dei workshop, magari con tanto di spelling, i nomi di artisti e grandi uomini del lontano e vicino passato citati durante le nostre amabili e coltissime conversazioni. Che comunque sono quasi sempre sbagliati. Nemmeno gli dèi di Google riusciranno mai a suggerirmi l’autore di quel determinato distico in inglese. Forse perché non l’ha detto proprio nessuno. Aggiungici la mia consapevole ignoranza e anche stasera farò notte.

Avete presente la malinconia da “the party is over?” Solo che per noi di Conaltrimezzi il party non è mai iniziato. Qui si è lavorato. Per intenderci, nulla che non ci fosse andato a genio, anzi, ma tre giorni di questo genere li senti tutti sulle cervicali. Ci sono scimmie e scimmie che possono gravare sulle spalle di una persona. Ed il massimo che ho potuto ambire in questo weekend è stata una birra, ieri sera. Peraltro bevuta in fretta, perché qui a Padova i bar chiudono presto. Una cosa che avrebbe senso se si lavorasse di meno, ma da tempo ho rinunciato a capire la forma mentis dei padovani. Istinto ed esperienza mi suggeriscono che, in fin dei conti, può essere che non c’è poi molto da scoprire.

Ad ogni modo la malinconia. Quella sì, nel silenzio, finalmente meritato, del San Gaetano, è una presenza fluida che galleggia nell’aria che respiro. Le cartacce per terra. I sacchi neri dell’immondizia poggiati alle pareti, gonfi come strane larve. Nei corridoi senti gli “strap” secchi delle locandine stracciate. L’ultima rassegna di cortometraggi mi ha tinto l’animo di una nota leggermente più vivace, tra scagotti, zombi e allusive parafilie sessuali con il cibo, tra minzioni, eiaculazioni e scatting al cioccolato (“un continuo gioco di montaggio formale per analogia” direbbe un cinefilo universitario sufficientemente alla moda da avere un profilo su Tumblr, ma qui il massimo del dibattito raggiunto è: “sì ma Barcellona è un conto… non potevamo sapere come avesse potuto reagire il pubblico padovano”; ma YouPorn non si prende in tutto il mondo? E comunque ottimo quel congiuntivo).

Tuttavia prevale un senso di fine. Non del nostro lavoro – perché domani dovrò scrivere parecchio, finire quello che non ho terminato, riprendere le registrazioni audio guastate dai rimbombi, dal brusio della gente e dai rumori di tacchi delle hostess ecc… – ma di qualcos’altro. Qualcosa di cui non avrò esattamente nostalgia, in questo non sono vintage, questione di carattere, ma un ricordo piuttosto solido sì. Qualcosa che tutto sommato mi fa sperare di essere qui anche il prossimo anno. In più mi sono accorto di non aver ancora usato la parola “hipster” malgrado in questi giorni credo di averne visti parecchi. O almeno le loro barbe. E nella pace notturna di una domenica di settembre, avviandomi verso l’uscita tra chiacchiere distratte, mi sovvien l’eterno. Un sussurro francese, fastidioso come sa essere qualsiasi sussurro pronunciato in francese. Non riesco a capire da dove possa essere arrivato, da quale dei gilet in jeans o da quale maglietta sgualcita a righe. Ma da un’intima frotta di persone fuori dal San Gaetano per l’ultima cicca, odo quella parola, strabusata in questi giorni, solo con una nuance più francese e snob del solito. Con l’accento maliziosamente spostato più in là.
Vintage
. Vin-tàge

Forse io ed il francese siamo tornati ad essere i buoni amici (ma spero di no). Ad ogni modo: vintage, quella parola mi porta ad uno stato dell’essere superiore. Quello della percezione etimologica: vin-d’âge. Vino d’annata? Ecco da dove proviene. Ecco perché un tizio con gli occhiali da nerd mi ha parlato di vino a proposito dell’origine del vintage, malgrado lo guardassi in modo strano. Un’intuizione puerile, insignificante, autonoma, magari scorretta, ma che mi catapulta alla sensazione di poco prima. La fine dei giochi. Ecco, a proposito di vino, forse ci vorrebbe un brindisi, o forse qualcosa di più. Nunc est bibendum. E invece no. Domani si lavora. Si cammina verso casa. Ho almeno altri 2 km da fare a piedi prima di raggiungere la macchina. Una passeggiata dopo l’inferno attraversato questo weekend. Ci sta.

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