Il rito (fantasmi della mente)

di Tommaso De Beni.

Alle donne come ai preti non va fatta alcuna concessione
Schopenhauer

Quand’ero piccolo ho fatto un sogno strano. Stavo presso le macchinette, avete presente quelle giostrine che si trovano magari nei centri commerciali a forma di cavalluccio o automobilina o che so io e iniziano a muoversi se ci infilate la monetina? Ecco, io stavo lì, ma quella che volevo era già occupata da un altro bambino. Solo che non era un bambino normale, aveva la testa troppo grossa per essere un bambino normale e la sua pelle, se pelle si può chiamare, era color violetta, o indaco forse, comunque un colore diverso da quello a cui siamo abituati. Ma a me non importava il colore della sua pelle, io ce l’avevo a morte con lui perché non voleva cedermi il posto sulla giostrina. La sua placida ed ingenua calma, la sua ostinata e serena sicurezza, opposte alla mia disperata tensione mi risultavano insopportabili e insopprimibili, se non con la violenza.
Ad un certo punto infatti venimmo alle mani, anzi a dire il vero fui solo io a darle, lui non reagiva: lo colpii in fronte e sul petto e le botte che gli diedi gli procurarono delle cunette molli, come se avessi schiacciato del pongo malleabile. Al risveglio provai un forte senso di colpa; a pensarci, ancora oggi, credo di essermi sentito boia di un innocente. Quel bambino mi aveva dato una disdicevole sensazione oleosa e molle e ancora oggi certe persone -quasi solo donne, soprattutto le bruttine- mi danno la medesima sensazione: di essere persone molli, burrose, patinate, appiccicose. Tale sensazione mi diede forse anche quel prete, quella sera. Ma prima di questo bisogna dire qualcos’altro sul sogno infantile, anche perché l’ho dimenticato per anni e poi mi è riaffiorato alla mente all’improvviso, ed è uno dei sogni che ricordo più vivamente. Avvalendomi di più o meno affidabili consulenze e applicando schemi freudiani sono giunto a diverse interpretazioni. Per esempio se si dimostrasse che la giostra era a forma di cavallino questo avrebbe evidenti implicazioni sessuali, ma vi risparmio tutte le spiegazioni scolastiche e pedanti. Forse il sogno significa semplicemente che sono un invidioso cronico, ma oggi che scrivo penso che il sogno fosse una specie di profezia: un giorno avrei fatto una cosa di cui poi mi sarei pentito provando un forte senso di colpa. A dire il vero sono molte le cose che ho fatto di cui mi pento e sono ancora in tempo per sbagliare e pentirmi altre cento volte,ma ce n’è una in particolare che mi è rimasta qua, attorcigliata tra la mente e lo stomaco. È una specie di bravata giovanile, che però forse ha avuto anche implicazioni, come dire, trascendentali. Accadde al mio paese quando avevo circa 15 anni. Eravamo in piedi, all’aperto, io e dei miei amici. Era venerdì, questo è molto importante. Era una sera d’estate in provincia, una di quelle sere d’estate in cui non si sa proprio cosa fare, in provincia. Ricordo il vento tiepido che mi portava odore di campi e di fieno, anche lì in piazza, tra asfalto e cemento, come a volermi ricordare che non si può fuggire le origini. Eravamo appena usciti dall’ex-canonica, ora adibita a sala prove ad uso e consumo delle ben due rock-bands germinate nel nostro ridicolo paesucolo.
C’erano quasi tutti i componenti dei gruppi e c’erano anche i cosiddetti “parassiti”, cioè amici dei membri dei gruppi che non c’entravano niente con la musica, ma che andavano comunque in sala prove per passare il tempo. In fondo era l’unico svago permessoci nel buco di paese in cui vivevamo, lasciato il bar ai vecchi.
E ho detto “permessoci” perché anch’io non c’entravo con i gruppi, io la musica la so solo ascoltare, ma andavo a parassitare un po’ di svago e popolarità. Non che non mi sarebbe piaciuto, fare la rock-star, anzi, posso dire che a tutt’oggi resti il mio grande sogno, ma ero -dovrei dire sono- troppo pigro per prendere lezioni di chitarra e debosciato per cantare.
Insomma quella sera stavamo lì in piedi, nel piazzale antistante la chiesa, a chiacchierare. C’ero io e c’erano i miei compari che non posso nominare se non con le sole iniziali: D, F, M, G, N e T, detto “Pitecantropo” per la sua naturale propensione al pelo.
Sono quasi certo che fossero presenti anche delle ragazze, ma non chiedetemi i loro nomi. D’altronde esse non fecero nulla per farsi ricordare. Se ne stavano lì impalate, facendo finta di seguire i discorsi spesso trasgressivi e volgari di noi maschi, ai quali discorsi loro dovevano essere estranee innanzitutto per la loro natura femminina, poi anche per mancanza di senso dell’umorismo e infine per abitudini ed estrazione sociale, la cosiddetta “educazione”, bah… Si badi bene che sto parlando di quelle specifiche ragazzine provinciali che io conoscevo, non di tutto il genere femminile; esse quella sera svolgevano un ruolo, per così dire, ornamentale, in attesa forse di appartarsi coi rispettivi fidanzatini o comunque compiere uno qualsiasi di quei piccoli squallidi riti da coppiette che purtroppo ancora non sono stati superati.
Solo V -di lei ricordo volto e nome- s’emancipò nella conversazione, ma meglio avrebbe fatto a tacere. Era accoppiata non so a chi, penso che fosse “in trattativa” con qualcuno -con me no di sicuro- poiché non credo che fosse lì con noi, come dire, “gratuitamente”.
In realtà fu colpa mia, io la stuzzicai, io avrei fatto meglio a tacere.
Eravamo, l’ho già detto, vicini alla chiesa e notai che la porta era aperta, spalancata per il caldo, e la luce accesa.
-Ma che c’è, gente in chiesa anche a quest’ora?- dissi con tono sprezzante, per apparire il solito ribelle perennemente schifato e arrabbiato col mondo. Mi rispose subito V:
-Fanno la….- e disse il nome di un rito che non riesco a ricordare. La invitai a spiegarsi meglio: -Pregano- disse -recitano il rosario-.
-Ah! Bastava dire rosario… però l’orario è insolito- feci io, con aria distaccata.
-Non è tutto- incalzò lei, che di chiesa sapeva ogni cosa. Come per un tacito accordo all’interno della compagnia, le ragazze potevano parlare liberamente di chiesa e religione senza il timore di essere prese in giro, -Dopo aver pregato vanno dal prete e ricevono lo Spirito Santo.-
-Ricevono cosa?- stavo quasi urlando, gli altri invece sembravano auspicare che quella conversazione finisse presto.
-Lo spirito santo. E vanno anche in estasi, guarda!- e mi invitò a sbirciare dentro alla chiesa, dove, in fondo, vidi delle persone sdraiate in terra che si contorcevano.
-Ma dai- dissi io -assurdo!-. Non volevo proprio crederci.
-Non ne hai mai sentito parlare?- continuò lei con spregevole superiorità: -È un rito antico, ormai lo praticano solo i preti vecchia maniera, di venerdì, giorno in cui è morto Nostro Signore, se non lo sai. Comunque è un’usanza molto tipica delle nostre parti, è una specie di cresima o comunione, accompagnata dal rosario e…-
-Dall’invasione dello spirito santo dentro le persone che poi si agitano in preda all’estasi- finii io per lei.
-Appunto- disse soddisfatta di essersi spiegata.
-Ma tu ci credi?- insistei io prendendomi una certa confidenza che con lei non avevo mai avuto.
-È così- fece lei rivolgendo lo sguardo agli altri come per chiedere rinforzi. Non era stata convincente, non avevo capito se ci credesse o no, ma essendo lei, o almeno così voleva apparire, una ragazza, come si dice, tutta “casa e chiesa”, non avevo dubbi che potesse crederci senza porsi troppe domande.
-Per me è una fregatura, è tutta soggezione- conclusi io, volendo mostrarmi sprezzante e ribelle, ma in realtà ero abbastanza scosso: in fondo era qualcosa di nuovo, una sorta di esorcismo alla rovescia e per di più a portata di mano, nel mio ridicolo paesucolo.
A quel punto il furbo N si fece avanti guardandomi con sospetta malizia:
-Prova, no?-
-Cosa?- feci io, mi ha fregato, pensai, ma d’altronde me l’ero cercata.
-Dai che hai capito, entri in chiesa e provi a vedere se funziona anche con te, visto che non ci credi.-
A quel punto gli altri uscirono dal torpore del tedio estivo e iniziarono a scuotersi come un branco di cani affamati:
-Dai, dai!- urlavano, -Dai vacci, neanche capace!-
Ero stato sfidato, punto nell’orgoglio, ma fiutai l’affare:
-Quanto mi date?-
-Come quanto?- dissero loro delusi.
-Eh sì- feci io, – mica mi espongo gratis. Facciamo una scommessa, così vediamo se sono capace o no!-
-E cosa vorresti scommettere?-
-Soldi, ovviamente- a quei tempi avrei anche orinato in chiesa davanti a tutti, pur di ricevere qualcosa in cambio (soldi, ma più che altro attenzione, ché non ho mai pensato di arricchirmi con le scommesse).
-Se mi prende la fifa e rinuncio, io pago voi, se invece lo faccio, voi pagate me: semplice no?-
Parevano tutti delusi all’idea di dover pagare lo spettacolino, ma intervenne di nuovo N :
-Va bene- disse – come vuoi tu-
Gli altri non erano contenti, ma lui cercava di convincerli facendo loro notare che erano sei, escluse le ragazze, ché è meglio non coinvolgerle, quelle serie, in questi giochetti. Erano in sei, anche se pensandoci meglio mi sembra di ricordare che anche V si diede da fare per alimentare la colletta e spingermi in chiesa, e potevano mettere un po’ di soldi a testa, mentre io ero solo e se perdevo dovevo arrangiarmi. Accompagnò quelle parole con una certa gestualità che stava a significare più o meno che lui era il leader e loro degli stupidi.
-Sì, ma se vince lui si tiene tutto, mentre se vinciamo noi dobbiamo spartircelo-
Il tempo passava, ero quasi pronto a lasciar perdere, anche gli altri sembravano sul punto di voler rinunciare e tornarsene in sala prove, ma N continuava ad insistere. Si vede che non aveva proprio niente di meglio da fare quella sera, voleva approfittare della situazione per passare una serata diversa dal solito. Alla fine ci accordammo per un pacchetto di sigarette. Eh sì, a quel tempo avevo anche quel viziaccio brutto.

Entrai in chiesa, dunque. Con passi tardi e lenti m’inoltrai per il lucido corridoio centrale, poi però interruppi l’incedere baldanzoso e andai a sedermi su una panca in fondo. Volevo studiare bene l’ambiente e la situazione, prima di agire. Dovete comunque tenere presente che era -è ancora, credo- una chiesa molto piccola, per cui, nonostante mi fossi seduto in fondo, ero comunque stato notato.
“È un rito antico, ormai lo praticano solo i preti vecchia maniera” aveva detto V e infatti quella sera in chiesa non c’era il nostro prete, che era andato in ritiro (ma io dicevo “vacanza”) a Fiuggi. C’era invece il prete di un paesetto vicino, un tipetto smilzo, piccolo, non alto e possente come il nostro, bensì mite e minuscolo, capace di far addormentare persino i veterani di chiesa, sconfitti dall’età nell’arduo tentativo di carpire qualcosa dei suoi sermoni quasi sussurrati. Antico nel volto e nei modi, corrispondeva perfettamente alla definizione di “prete vecchia maniera”.
Anni dopo ho saputo che quel prete è morto (o almeno credo) e, non so proprio per quale motivo, mi sono sentito in colpa, come dopo il sogno da bambino.

Poi la vidi. Fu la prima a voltarsi notando che una presenza estranea violava la sacra intimità di quei pochi fedeli. Lei stava in piedi, aspettava, mi guardò con lo stesso sguardo di una bestiolina scoperta dai fari in corsa nella notte. Non la conoscevo, non era del mio paese. Questo la rendeva se possibile ancora più affascinante.
Era una dama riccioluta, aveva capelli neri lunghissimi, pelle di luna, occhi azzurri, maglia uguale. Chissà se anche tu sei figlia d’un temporale! Non aveva la mia età, si capiva che era più grande di me, ma che m’importava? Era bella, troppo bella per questo posto, pensai.
Lei (destinata a rimanere senza nome) quella sera fu sicuramente una distrazione e al contempo un’attrazione per me, ma non la si può certo accusare di essersi vestita in maniera provocante. Anzi indossava un maglioncino di cotone a maniche lunghe, nonostante il caldo torrido, non mitigato dalla frescura serale né tantomeno dal condizionatore.
E allora perché quelle maniche lunghe? Per scaldare un corpicino gelido come il suo sguardo?
Ovviamente non lo seppi mai, come non seppi mai il suo nome.
Sentivo addosso gli sguardi dei miei cari e vili compagnucci di merende rimasti fuori ad aspettare.
Decisi allora che sarei andato fino in fondo, per me, per lei. Avrei sicuramente vinto la scommessa, ché per me fare il buffone davanti a tutti era un gioco da ragazzi, mentre parlare ad una donna era un’impresa quasi impossibile.
Ma la misteriosa ragazza dava un senso ulteriore a quella serata e forse a tutta la mia vita: sapevo benissimo che non avrei mai trovato il coraggio per avvicinarla e parlarle, ma in quel momento ero invaso da una forte voglia di capire il perché delle cose, per cui non potevo andarmene, dovevo stare lì, con lei, pur sapendo che l’incanto era destinato a rompersi.

Ad un certo punto mi decisi ad alzarmi. Mi trovai così, dopo aver spavaldamente ripercorso il corridoio centrale, andando questa volta fino in fondo, faccia a faccia con il vecchio prete. Tutti mi guardavano, ma non ci feci caso. Uno di loro lo riconobbi: lo avevo visto una volta in chiesa la domenica. Era un biondino del mio paese, avrebbe potuto riconoscermi e dire in giro di avermi visto lì, ma ormai non m’importava più niente.
Il prete (bianco e verde) portava gli occhiali con la montatura dorata, come mio padre, e i capelli lisci mezzo grigi e mezzo neri con la scriminatura a destra, come mio padre. Era vecchio, minuto, magro, scarno, (e poi c’era sempre quella strana sensazione, un senso d’adipe che certe persone quasi mi attaccano addosso) la voce era tremula, tra il soporifero e l’inquietante, debole come se venisse da lontano.
-Tu non hai pregato, però- mi redarguì, dimostrando di possedere un acuto spirito di osservazione.
-Sì, invece- risposi io, mentendo spudoratamente.
-Sicuro?- insistette lui, incalzante.
-Sì…- dissi io, stavolta un po’ titubante.
-Bene, allora procediamo…-. Va bene, forse non usò questa formuletta da film, ma comunque andò avanti con (anzi iniziò) il rito.
Il rito consisteva nel disporsi, innanzitutto, su due file indiane parallele. Ci si presentava dal prete, dopo essersi raccolti in preghiera, il quale prete, munito di una sorta di crisma, ungeva le persone e recitava una formula sacra. A quel punto lo spirito santo (o chi per lui) faceva immediato effetto ed occorreva che la persona che era dietro stesse attenta, per prendere al volo quello che stava davanti e che cadeva come svenuto. Guarda caso nessuno cadeva in avanti o di lato. Io avevo osservato tutto, ora toccava a me.
Solo che io, ricevuto il crisma, non sentii niente e nemmeno mi venne in mente di fingere. La cosa buffa è che l’uomo che stava dietro di me e che avrebbe dovuto sostenermi perse la (poca) pazienza e si spostò. Se fossi stato invaso dallo spirito santo in quel preciso momento sarei potuto cadere in terra magari facendomi anche male.
Ero in imbarazzo misto terrore, d’altronde, ditemi voi, che cosa potevo fare? Avevo paura di essere pubblicamente smascherato, e chi lo sa cosa mi sarebbe potuto accadere?
Andai in terra da solo, piano ovviamente. Girai subito la testa per cercare lei con lo sguardo. E la vidi: stava distesa supina, con gli occhi chiusi, non si contorceva, però tremava un po’. Non so perché, ma avrei voluto allungare una mano verso di lei, raggiungerla non solo con lo sguardo, poter essere vicino a qualcuno, a lei.
Invece chiusi anch’io gli occhi e stetti per un po’ lì, sdraiato sul pavimento freddo e impassibile, a pensare, o ad attendere che si verificasse un evento soprannaturale. Quando mi accorsi che stavo per addormentarmi mi alzai e me ne andai senza guardare nessuno. L’unica faccia che mi trovai davanti fu quella del prete, che per un attimo mi sembrò essere di un colore strano, tra il viola e l’azzurro, indaco forse.
Gli altri erano tutti lì fuori che mi aspettavano:
-Allora, com’è andata?-
-Beh, avete visto tutto, no?- non avevo molta voglia di parlare.
-Ma ti ha fatto effetto, ti è successo qualcosa?- era sempre N a farsi avanti.
-No, niente- feci io, un po’ spento. Intanto la gente iniziava ad uscire dalla chiesa ed io gettai uno sguardo che cercava lei. Non riesco a ricordare se la vidi uscire oppure no, e se la vidi, lei mi guardò? Ripeto che non ricordo, ma ogni tanto chiudendo gli occhi mi sembra di vedere il suo sguardo gelido e profondissimo che mi penetra e quasi mi parla dicendomi “Cosa hai fatto?”.
-Eccoti le tue sigarette- disse N con un tono leggermente sprezzante dovuto forse al fatto che lui non fumava, come a volermi dire che potevo chiedere di più. Sembrava soddisfatto, comunque.
Andai a casa con una strana sensazione che mi accompagnò anche nei giorni e nelle settimane successive. Cercai di evitare i miei compagni, soprattutto quelli presenti quella sera, ed ebbi difficoltà a prendere sonno per diverse notti. Mi sentivo come se qualcosa mi stesse divorando da dentro; una notte, durante la veglia, ebbi l’impressione che il rito stesse facendo effetto solo in quel momento, a scoppio ritardato, come si dice. Sudavo tantissimo e il cuore ebbe un sussulto, tutto il mio corpo internamente ebbe come uno sbalzo di tensione, poi sprofondai subito nel buio dell’incoscienza e la mattina dopo fui sorpreso di essermi svegliato vivo. Di giorno era come se tutti i crocefissi e i santini in casa mia mi guardassero con severità, la mia cattolicissima famiglia e il mio cattolicissimo paesino sembravano percepire in me qualcosa fuori posto e io avevo la sensazione che tutti mi guardassero come se fossi Peter Schlemil che vaga senza ombra. Ciononostante non mi aprii con nessuno, né per confessare la colpa di essermi preso gioco di una funzione religiosa, né per raccontare in giro che nel duemila, in chiesa, si praticavano ancora antichi riti che mescolano credenze contadine arcaiche primordiali e pagane con il cristianesimo. Andai avanti così per circa un anno, dopodiché una sera, di venerdì, un istinto superiore, irrefrenabile, mi spinse in chiesa. La trovai aperta come quella sera, ma stavolta stranamente vuota, e con una rivelazione in più: non c’era l’altare. Mi venne in mente che una volta ci avevano insegnato a nominare esattamente tutte le parti della chiesa, a chiamare tutte le sue cose con le parole giuste: abside, cappella, navata centrale, navata laterale, battistero, altare, pulpito, tabernacolo. Inoltrandomi nell’ombra, invece di arrivare in fondo, iniziai ad intravvedere una figura. Non ero solo, dunque, ma prima di scoprire chi si nascondesse nel buio il mio sguardo si piegò lateralmente, attratto da un oggetto che con indicibile stupore e una strana voglia di ridere riconobbi come una giostrina, una di quelle che si trovano nei centri commerciali o alle sagre e che si attivano con una monetina, come l’offerta in chiesa. E allora il mio sogno di bambino tornò nel pensiero che questa giostrina che vedevo adesso era a forma di cavalluccio mentre l’altra mi pareva fosse una macchinina e quando una voce nell’ombra disse: -Ti piace?- fui costretto ad affrontare la situazione e non mi stupii di trovarmi di fronte il bambino con la faccia viola bluastro del sogno. Ora indossava una specie di tuta da benzinaio ed un berrettino ocra con una doppia V rossa cucita sulla calotta e la tesa un po’ schiacciata verso il basso a coprire quasi tutta la parte superiore del viso, anche perché non era cresciuto sicché io lo sovrastavo in altezza e stazza. Pensai a tutte le persone calve che indossano un copricapo. Quando alzò la testa potei vedergli gli occhi e il buco, cioè una fossetta che aveva sulla guancia, come se gli mancasse una parte di viso. O come se il viso fosse un pezzo di pongo schiacciato. -Me l’hai fatto tu questo, ricordi?- disse come leggendomi dentro la testa. Sorrideva e io riuscii a dirgli solo: -Credevo di averti colpito nel petto- e lui smise di sorridere e prese un bastone che non sapevo avesse e mi diede una bastonata forte sui ginocchi costringendomi a piegarmi andando a mettere il naso molto vicino alla sua faccia: sapeva di pongo. Col bastone mi percosse diverse volte facendomi molto male e io non riuscivo ad essere arrabbiato, anzi ero quasi felice che avesse abbandonato il sorriso e la placida ed ingenua calma, non ho mai sopportato le persone che non reagiscono. Ad un certo punto mi ritrovai sdraiato a terra con lui che inveiva contro di me accusandomi di cose vere, come l’invidia e l’egoismo e l’insoddisfazione, ma anche di cose che io non riconoscevo. Poi ebbi davanti il prete del rito, poi mia madre, poi V che sembrava nuda anche solo con la faccia, poi N che mi prendeva in giro, poi vidi il volto della ragazza col maglioncino celeste di cui mi ero invaghito quella sera e tutta una serie di fantasmi che da tempo aleggiavano nella mia mente. Poi di nuovo il bambino di pongo che continuava a picchiarmi col bastone e a ripetere: -Perché? Perché? Io non ti avevo fatto niente!- e poi tornando calmo e sorridente disse una frase che sembrava un giudizio saggio: -A volte hai la giusta ira, ma sbagli sempre bersaglio- e mentre io riflettevo sul significato di quella frase lui aveva tirato fuori dei denti da squalo e assieme alle altre persone che partecipavano al rito mi saltò addosso e iniziò a sbranarmi dicendo: -Questo è il suo corpo! Il corpo del porco! Mangiatene tutti, belli e brutti!- e tutti mi lacerarono le carni e succhiarono il mio sangue mentre la mia testa quasi staccata dal corpo li osservava senza più giudicare.
Poi mi svegliai che il prete mi fissava preoccupato e tutti intorno a me mi guardavano chiedendomi se stessi bene. Io risposi farfugliando di sì ed uscii dalla chiesa strofinandomi le chiappe fredde e indolenzite per il troppo tempo passato sul pavimento.

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