L’identikit del vintage (Prima Parte 1/2)

L’IDENTIKIT DEL VINTAGE
Fenomenologie della moda vintage: sproloqui, riassunti, ricordi, deduzioni
di Alberto Bullado.

Ve lo do io il vintage. Ho dovuto osservarlo, studiarlo, approfondirlo, per ragioni personali. E sono giunto a delle conclusioni. Mi sono dovuto informare, certo, una deformazione metodologica tipica dell’umanista medio o del semplice studioso. Ma non c’è voluto chissà cosa: i miei libri sono internet e la gente. Aggiungici una buona dose di esperienza, di vita, di semplice quotidianità ed il gioco è fatto. Le basi teoriche, e se vogliamo anche sociologiche, sono piuttosto a buon mercato. Le abbiamo esposte in questo blog prima che Padova potesse diventare la capitale del vintage per un weekend. Dopodichè c’è stata la prova sul campo, la pratica, il toccare con mano, il parlare con i principali interpreti di un certo clima, di una certa qual cosa che è difficile da focalizzare. Diciamo che quello che ne è venuto fuori è stato un bel casino, un insieme di appunti, induzioni e qualche interessante contraddizione. Forse non poteva che andare così.

Ma andiamo con ordine. Quando ho dovuto affrontare l’argomento, il primo aspetto che ha attirato la mia attenzione è stata la concezione del tempo legata al concetto di vintage. Perdonate gli intellettualismi gratuiti: la società si liquefa (Bauman docet) e così anche la percezione del tempo, non più storica o sequenziale ma a favore di una dimensione atemporale e contemplativa, nella quale tutto coesiste in una perenne eternità. Un “presente/passato artistico” prerogativa dell’umanesimo, del suo continuo dialogo/scambio con il classico, così come del mondo della cultura e delle arti, perennemente impegnati ad interrogare le epoche ed i suoi simboli, che la cultura vintage ha esteso nel campo della moda e della quotidianità. Ad esempio l’idea che il passato non è mai passato è una delle caratteristiche principali della cultura vintage (e umanistica), così come la ricerca di riattualizzare una serie di simboli riaffioranti dalla memoria e ritenuti ancora futuribili. In questo modo il vintage, una vera e propria vendemmia del secolo scorso, strumentalizza il passato, lo seleziona, lo filtra, e crea un’idea di futuro simile ad un’“Isola che non c’è” del modernariato, una proiezione nella quale la nostra memoria vive in uno stato di perenne giovinezza. Insomma, che ve lo dico a fare: stiamo parlando del postmoderno, di uno dei suoi aspetti maggiormente caratterizzanti. Dal culto del progresso e del domani, tipico della modernità, si è giunti al culto del passato, pozzo dei desideri, infinito forziere di pregevoli tesori. In questo senso il tempo diviene un surplus di valore. La memoria crea stile. Eccetera, eccetera.

Ma il vintage non è solamente una testimonianza tangibile del postmoderno e dei suoi assiomi teorici, è soprattutto una determinata cultura dell’immagine. O se vogliamo una “vecchia moda di moda”. Un gioco di parole senza senso? No, se si considera il fatto che la moda non è più necessariamente innovazione e cambiamento ma una dialettica che ora parla un’altra lingua: quella del riciclo. Fateci caso. Difficile che qualcosa il prossimo autunno “andrà di moda”. Più facile che “torni di moda”. A tal proposito trovo fondamentale un passaggio nell’intervista con Irene Pollini Giolai: «Vestirsi è parlare. È la prima cosa che mostri agli altri. Non esiste più “l’essere di moda”, esiste l’aver personalità». Ecco svelato l’arcano, il nuovo must: la ricerca, non del “nuovo”, ma di personalità. Lo avevamo detto in un precedente articolo. La cultura vintage risponde ad un’esigenza: da una parte il ritorno ad una fruizione più consapevole, approfondita, che possa percepire il valore sensuale e memoriale di un dato manufatto, e quindi godere non solo della funzione di un oggetto ma anche del suo pedigree, del suo valore tecnico o simbolico; dall’altra la condensazione di significati ed il reintegro di sensazioni, memorie ed attitudini (perdute? dimenticate?) in una società cronicamente polisemica, sfumata e senza coordinate. In poche parole la riscoperta delle proprie radici, anzi, del proprio lato “old school”, rappresenta al giorno d’oggi un aspetto gratificante niente affatto secondario se si considerano i meccanismi e la psicologia del consumatore contemporaneo. E qui arriviamo al punto, ovvero il perché dell’emersione di fenomeni di recupero e riuso di oggetti, stili e immaginari opportunamente antichizzati di qualche decennio: la ricerca della propria individualità.

Bingo. Il vintage risponde quindi ad un bisogno di trascendenza e di emancipazione. Trascendenza: perché si parla della componente immateriale di oggetti immuni al celere ricambio della moda, che non subiscono il logorio del tempo ma che al contrario acquisiscono valore e carisma con il passare degli anni. Emancipazione: perché in questo modo chi li possiede si distingue dalla massa e prova piacere nel costruirsi una diversa identità. In questo senso la cultura vintage diventa uno strumento di esplorazione che permette di allontanarsi dai linguaggi ingannevoli e superficiali della moda e del mainstream per andare alla ricerca di stili che esprimono valori riconosciuti come autentici e personali, con cui ci si identifica e sui quali poter instaurare rapporti sociali nuovi e diversi. In questo modo il consumo assume anche un valore di legame e comunicazione tra individui che hanno in comune emozioni, immaginari e relazioni costruite attorno ad un particolare interesse. Conclusione: in tutti i suoi aspetti la cultura vintage appare come una religione laica e postmoderna, proprio come il modernariato o Star Wars (io odio Star Wars).

Posta in questi termini la cultura vintage acquista un sapore diverso anche agli occhi dello scettico o del menefreghista di turno, pronto a snobbare tale fenomeno alla stregua di una moda acefala. Quest’ultimo, come vedremo, non avrà tutti i torti, poiché, com’è facile da immaginare, i margini di interpretazione del medesimo fenomeno sono pressoché infiniti. Oltre all’immedesimazione identitaria, alla ricerca della personalità, alla creazione di un determinato micromondo, o immaginario comune, o di un’interazione sociale, vi è anche la ricerca filologica e solitaria del collezionista nostalgico, così come la curiosità indie ed underground di un giovane ventenne che cerca di colmare un vuoto momentaneo. Ma anche il materialismo feticista fine a se stesso, non diverso da qualsiasi altro fenomeno consumistico, del fruitore medio, che intende solamente possedere un oggetto perché di moda, perché lo è l’immagine che esso suggerisce. Un processo di emulazione. E negare che il vintage sia anche una moda, o peggio, un’industria, sarebbe da stupidi.

E qui arriviamo al lato oscuro del fenomeno vintage. Quello più controverso e meno poetico. Quello che svela i retroscena di un meccanismo per certi versi diabolico. Nel momento stesso in cui si rintraccia un bisogno nasce sistematicamente un mercato. È questa un’inevitabile legge della società di massa. Da tempo il marketing ha individuato come tratto fondamentale del consumatore postmoderno la ricerca di un consumo edonistico ed individualistico orientato, come abbiamo detto poco fa, al piacere, alla sensorialità e all’esperienzialità. Un consumo, quindi, più coinvolgente dal punto di vista emotivo. Più gratificante e durevole di qualsiasi altra moda. Ancora una volta bingo. Le conseguenze? Sono presto dette: una certa strumentalizzazione del fenomeno, una certa speculazione e la stagnazione all’interno del mondo della moda di un fisiologico processo creativo.
Ma non è finita qui.

Continua nella Seconda Parte.

P.S. questo articolo vuole essere un riassunto delle puntate precedenti oltre che un ulteriore approfondimento a quanto già detto sull’argomento:
Il tempo liquido del vintage
Vintage ergo sum
Il panorama della musica vintage

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Comments
4 Responses to “L’identikit del vintage (Prima Parte 1/2)”
  1. Dante ha detto:

    che figa la prima ragazza!

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