L’identikit del vintage (Seconda Parte 2/2)

L’IDENTIKIT DEL VINTAGE
Fenomenologie della moda vintage: sproloqui, riassunti, ricordi, deduzioni
di Alberto Bullado.

La Prima Parte la trovi qui.

Volendola mettere ai minimi termini, il dibattito intorno alla cultura vintage si potrebbe biforcare in questo modo: “sono quindi compro” e “compro quindi sono”. Due punti di vista opposti, che si negano a vicenda, ma che in realtà si attraggono. In poche parole le due scuole di pensiero, i due poli che ruotano attorno al fenomeno del vintage. Impossibile determinare da che parte stia la verità. O se è nato prima l’uovo o la gallina. Fatto sta che queste due prospettive determinano la natura di due atteggiamenti ontologicamente contrari. Credo che la cosa si sia potuta osservare facilmente anche durante la tre giorni del Padova Vintage Festival, mi riferisco soprattutto alla grande e variegata affluenza e tipologia di pubblico: dal collezionista consapevole alla documentatissima fashion victim, dall’ignaro turista all’emule adolescente, dall’amico dell’amico della tipa dello staff a suo cugino. O semplicemente padovani curiosi, gente di passaggio che vuole fare dello shopping ecc…

Per poterne capire un po’ di più occorre quindi esplorare l’industria della moda, capire che ruolo assume il vintage, ed i demiurghi del gusto, in essa. Ho avuto modo di parlare con più persone del settore e quello che ne è venuto fuori è fondamentalmente questo: il vintage serve. Si tratta di un fenomeno performante e da sfruttare al massimo. E perché mai? Perché c’è crisi. Ebbene sì, anche il mondo della moda, fabbrica di sogni e desideri, deve fare i conti con la chimera del nostro tempo: le politiche di bilancio. La moda sfrutta l’onda del vintage, il suo appeal e la forte e crescente presa con un pubblico sempre più vasto, per fare cassa, anzi, per sopravvivere. Il vintage, in questo senso, funge da ancora di salvezza. C’è la paura di rischiare, come mi dice Elda Danese, professoressa dello IUAV. Un principio riconfermato da Irene Pollini Giolai: non puoi permetterti di osare qualcosa di diverso o rischi di venire tagliato fuori dal sistema. Morale della favola: occorre essere accondiscendenti ai parametri aziendali. Da un punto di vista etico, se esiste un principio etico nella creatività, non è il massimo. La flessibilità, il mercato e la tirannia del budget costringono la moda a non rinnovarsi più di tanto e sfruttare quello che c’è già: «è tutto un ritorno», un giro di giostra infinito.

Ma c’è qualcosa che non mi convince. Il vintage come riferimento estetico o cultura dell’immagine, con tutto il suo portato teorico e sociologico, viene prima della crisi economica o comunque del suo agone. Nasce, se vogliamo, anche come ritorsione rispetto ad un certo modello di vita, frenetico e consumistico, un po’ come la new age o lo slow food, quindi non per fronteggiare o sopperire alla crisi del sistema. Semmai sono state la crisi e la moda ad aver cavalcato a posteriori il successo del vintage, diffondendolo al grande pubblico. Ma da un certo punto di vista il vintage “non è moda”, è un surrogato della moda. In tal senso ho avuto l’impressione che mi volessero svendere il fenomeno del vintage come un “escamotage anticrisi”, economico e popolare, cosa che va contro l’immaginario di un consumo edonistico ed emotivo, privilegiato e ricercato, non esattamente, o per forza di cose, “elitario” ma sicuramente di nicchia e necessariamente non massificabile. Poiché il vintage, quello vero, è per sua stessa natura esclusivo. Parliamo di capi o di oggetti unici, vecchi, e che quindi hanno attraversato il tempo acquisendo valore (ed un certo prezzo). Quindi non me la date a bere: il vintage non è un balsamo anticrisi e non è nemmeno una risposta per andare incontro ai bisogni della gente. H&M, Zara e compagnia bella lo sono: il low cost, la grande distribuzione e la produzione in serie che abbatte i prezzi (e che al massimo può “imitare” un gusto retrò). Non vi è nulla di più contrario del vintage. Se invece vogliamo parlare di cultura dell’immagine, se la moda non scommette più nell’innovazione è perché la crisi non è solamente economica ma anche di idee. Una stagnazione che sicuramente dipende da una serie di motivazioni legate alla mancanza di investimenti e di denaro ma che sostanzialmente non vuole (o non riesce) a provvedere a questo eterno ritorno a causa di una carenza critica e creativa in grado di scavalcare questi limiti.

Naturalmente, attorno a tutto ciò, sta “l’impacchettamento”. Uno dei leitmotiv più frequenti della retorica vintage è quello dell’oggetto che possiede una storia, un passato, un’anima. Una visione “animistica” del fenomeno vintage che sulla carta potrebbe fungere da slogan pubblicitario, ma che si sopporta un po’ meno quando diventa un tormentone sulle labbra delle persone, sia che si abbia a che fare con la demagogia di un astuto negoziante piuttosto che con l’autrice di un romanzo di successo come Isabel Wolff. Voglio dire: l’effetto “evangelista Dianetics” è dietro l’angolo. Vogliamo davvero credere che il consumatore medio ha davvero l’intenzione di conoscere e fruire una storia o un’esperienza vissuta da uno sconosciuto? Non diciamo sciocchezze. Questo potrebbe valere, ma fino ad un certo punto, per Angelo Caroli, collezionista ed esperto internazionale di abiti vintage, che va ad esplorare collezioni private e guardaroba di persone che possiedono dei capolavori, ma non per la ragazzina che affolla il mercatino del San Gaetano. Quello che il consumatore vuole è appropriarsi di un’immagine. La acquisto, la indosso e la faccio mia. Ecco il principio che si diceva prima: “Compro quindi sono”: «I shop therefore I am», Barbara Kruger docet. In questo modo mi approprio di una certa personalità o identità. Indosso una nuova patina “vintage”. Chi può negarlo? Ecco come il vintage muta da fenomeno di nicchia, di “premiazione emotiva ed amatoriale”, ad appagamento della massa.

Ma ad infrangere il semplice assioma è l’esperienza dello stesso Angelo Caroli, il quale mi assicura che è invece l’abito ad identificarsi addosso ad un individuo: solo così acquista valore, lo si desidera e lo si brama. E quindi, strano ma vero, è la persona a fare l’abito, non il contrario. Un tizio entra in un negozio vintage, acquista una giacca anni ’50 e se ne esce tutto contento. Ai suoi amici quella giacca piace da morire, eppure è la stessa che loro avevano provato e scartato poche ore prima: un semplice esempio di quel fattore umano imponderabile che nemmeno il marketing è in grado di prevedere e di dominare. L’X factor, ovvero il fattore umano, la personalità, l’individualità, l’attrazione, il gusto, l’interpretazione. Ovvero l’allure, francesismo che durante il Padova Vintage Festival ho potuto apprendere e che d’ora in poi posso ficcare dentro ogni discorso: ebbene, è la persona che crea attorno a sé l’allure. Una merce immateriale, quindi, una soggettività che non si compra al supermercato.

Va anche detto che attorno al vintage c’è molta confusione che riassumerei nella battuta di Bruno Lorini, curatore della mostra sugli Anni di Piombo al Padova Vintage Festival: «considerare Toni Negri vintage mi piaceva. Come un disco di Donna Summer». Per delineare un preciso identikit occorre stabilire che il vintage si compone di un più o meno vasto repertorio di oggetti provenienti da un determinato lasso temporale. Quale? Grosso modo dai primi decenni del secolo scorso fino agli anni ’90. Ho infatti appreso questa regola: sono necessari vent’anni prima che un oggetto possa diventare vintage. Una convenzione più o meno unanime: deve passare la cosiddetta “annata”. Un po’ come per le auto: quando sono passati i vent’anni, cioè da quando comincia ad essere considerata una macchina d’epoca, inizi a pagare un altro bollo. Altri principi fondamentali: il disuso ed il riuso. Un oggetto vintage per essere tale va abbandonato, dimenticato, lasciato “decantare”, proprio come il vino, ed in un secondo momento riscoperto e usato, mentre l’oggetto d’antiquariato ha un valore esclusivamente espositivo e museale da conservare. Al contrario il vintage acquista una seconda vita ed un nuovo sapore, cioè viene recuperato e fruito secondo una nuova ottica ed è questo un presupposto indispensabile nella fenomenologia, se così vogliamo chiamarla, del vintage.

Non rimane che considerare la longevità di questo fenomeno. Effettivamente il vintage, così com’è, per le sue basi teoriche, non potrà mai “passare di moda”, al massimo potrà diventare a sua volta “vintage”. Insomma, quello che voglio dire è che si potrebbe trattare di un’entità a se stante, senza dei veri e propri limiti, e che può durare a lungo dal momento che ci potrà sempre essere qualcuno a spostare più in là le asticelle temporali. Nel 2050 sarà vintage tutto ciò che arriva fino al 2030 e così via. Stiamo quindi parlando di una sorta di mostro onnivoro, pronto a fagocitare tutto, persino il nostro futuro. Può sembrare paradossale ma secondo questa regola anche il prossimo iPhone un giorno potrà essere vintage, com’è successo a qualsiasi altro simbolo della modernità: dalla macchina da scrivere al Commodore Amiga 1000. La cultura del vintage, o se vogliamo la psicologia sociale e di consumo che sta alla sua base del fenomeno, verrà meno solamente quando s’incepperà l’ingranaggio. Vuoi mai che il consumatore un giorno possa manifestare insofferenza verso le borsette della nonna: leggi anche saturazione e assuefazione. Se è vero come si dice che la cultura vintage è la ricerca della personalità e dell’individualità (oltre che un escamotage della moda o un’operazione di marketing come affermano i maligni) allora il gioco non varrà più la candela quando ci si accorgerà di essere tutti personaggi ed individui alla stessa maniera, tutti identicamente vintage. L’incantesimo potrà spezzarsi quando la massa, che vuole distinguersi dalla massa, si accorgerà della contraddizione e di aver preso parte ad un fenomeno collettivo, un accidentale conformismo che fa inevitabilmente crollare i presupposti del fenomeno vintage. Gli esperti di moda, in questo senso, o continueranno a vestire i panni dei necromanti, degli imbalsamatori, oppure cercheranno di inventarsi qualcosa oltre che riprendere a parlare una nuova lingua, nuova in tutti i sensi, in grado di creare un diverso immaginario (e un nuovo profitto). Che poi, gira e rigira, la questione è sempre la solita: è o no il vintage a dipendere da noi o noi da lui? Chi può dirlo con certezza? Morale della favola: il vintage passerà sopra i nostri cadaveri o, al contrario, come io credo, sarà l’uomo postmoderno a portarselo nella tomba. Kaputt.

La Prima Parte la trovi qui.

Tutti gli articoli sul vintage e sul Padova Vintage Festival li pui trovare qui.

P.S. questo articolo vuole essere un riassunto delle puntate precedenti oltre che un ulteriore approfondimento a quanto già detto sull’argomento:
Il tempo liquido del vintage
Vintage ergo sum
Il panorama della musica vintage

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