Non si sevizia un Tarantino

Kill Tarantino
Simona Brancati

Padova Vintage Festival – domenica 11 settembre

di Antonio Lauriola.

A occuparmi di vintage mi ci sono trovato per caso, con la compagnia della redazione coinvolta come me, accanto a qualche centinaio di persone alla moda e tanti hipster attenti all’esibizione, all’apertura delle decine di diaframmi e flash. Ma è stata la coincidenza, forse, a portare al festival un tema a me caro nelle vesti di una donna le cui pagine avevo sfogliato solo poche settimane prima. Simona Brancati, giornalista, scrittrice e studiosa di cinema e teatro, è già sul palco dell’auditorium quando mi muovo per prendere posto in platea mentre le modelle e i modelli della sfilata di poco prima si defilano silenziosi verso il backstage; il suo spazio si chiama Kill Tarantino e non posso fare a meno di osservare una sua remota somiglianza – nell’espressione per lo meno – con la Thurman/Kiddo del capolavoro tarantiniano. Si fa presentare da un video, uno di quelli che stanno prendendo piede nella rete, di quelli che mi irritano a pelle, un book-trailer: quello del suo Quentin Tarantino. Asfalto nero e acciaio rosso sangue [Le mani, Genova 2008].

L’impatto, allora, non è dei migliori ma il libro – che completa un volume di quattro anni prima: Kill Tarantino. Quentin Tarantino istruzioni per l’uso [Pericle Tangerine Editrice, Roma 2004] che peraltro ha vinto il premio nazionale di saggistica contemporanea del Club Letterario Italiano – e la breve, troppo breve, conferenza della Brancati sono un bel documento della passione e del lavoro (in progress?) dedicati al cineasta di Knoxville e catturano piacevolmente la mia attenzione.

Non perde tempo a riproporre il già detto (il feticismo, l’inquadratura, la violenza, la donna lolita e guerriera, ecc.) a un pubblico che – si dà per scontato – Tarantino lo conosce già bene. A fornire sostanza al discorso ci pensa il proiettore, prima con le interviste a personaggi che di Quentin si sono occupati o che l’hanno conosciuto, poi col ricorso al repertorio (al vintage?) italiano del film di serie B e del cinema di genere.

Renato Venturelli, che come la Brancati ha colto il genio già nel ’92 con l’uscita di Reservoir Dogs [Le iene] – da lui riconosciuto al festival di Cannes accanto a un altro gran film, Il cattivo tenente di Abel Ferrara –, ricorda la freddezza e lo scetticismo con i quali venne accolta la proiezione al Viareggio “Noir in festival” di qualche settimana dopo, lo stesso in cui Andrea G. Pinketts lo conobbe scambiandosi «quattro chiacchiere da bar, stravaccati tutti e due» e riconoscendone l’incomparabile capacità di rielaborazione dell’elemento basso e pop, lo stesso cui facevano riferimento i ‘cannibali’ nostrani. Già nel ’94, però, Tarantino diventa icona con Pulp Fiction, insignito della Palma d’Oro (in giuria Clint Eastwood), e presto vanterà una lunga schiera di emuli e seguaci. È lo stesso film che conduce in tribunale il suo distributore italiano, Cecchi Gori, perché fosse classificato V.M. 18 stando anche alla valutazione di uno psicopatologo:

«Il mondo di Tarantino è un mondo a sé, un mondo autistico, un mondo chiuso in se stesso e nella sua narrazione e apparizione; è un mondo dove un ballo, un assassinio, un’assunzione di droga, un salvataggio in extremis e la ricostruzione di una saga famigliare hanno lo stesso valore, la stessa bellezza o la stessa bruttezza, dove nulla è distinto da nulla»

Tarantino che, come si è fatto altrove notare, da parte propria ha sempre dichiarato di non avere alcun messaggio da proporre, né alcuna posizione morale, è totalmente interessato al pubblico e all’effetto che le sue storie e il suo modo di proporle su questo agiscono.

Rappresentante esemplare del postmodernismo, il regista esprime il massimo nella scrittura delle sue sceneggiature, coi suoi flashback, i tagli e le riprese, la partenza in medias res, i ritmi incalzanti e circolari, ecc. (che esegue – curiosità per i fan televotanti – con maniacale ossessività ogni volta dopo l’apposito acquisto di un taccuino di 80-100 pagine che riempie utilizzando 3 pennarelli rossi e 3 neri), e se ne occupa con tanta cura da essere stato tra i primi a farne quasi un genere letterario pubblicandole come libri: a differenza di quanto accade di solito, infatti, le sceneggiature di Tarantino non presentano solamente descrizioni tecniche utili alla realizzazione del film ma sono arricchite di elementi tipicamente letterari, altamente descrittivi o evocativi (si veda, ad esempio, l’inizio di Kill Bill vol.1: «In another age men who shook the world for their own purposes were called conquerors. In our age, the men who shake the planet for their own power and greed are called corrupters. And of the world’s corrupters Bill stands alone. For while he corrupts the world, inside himself he is pure.»).

All’interno del sistema del riuso di materiale d’epoca e della citazione ricercata, una nota particolare è meritata dall’ultimo film, Inglorious Basterds del 2009. Sul frontespizio della sceneggiatura autografa, infatti, è evidente come il sostantivo presenti una deformazione ortografica che, se per alcuni critici è da imputarsi all’abitudine di Tarantino di deformare le parole per l’uso di uno slang personale, molto più probabilmente deve essere attribuita a necessità legali che ci portano in Italia, dal proprietario dei diritti legali del titolo, il regista Enzo G. Castellari, il cui Quel maledetto treno blindato del ’77 uscì negli USA col titolo The Inglorious Bastards. Simona Brancati lo ha incontrato nel 2003, ben prima che Tarantino ufficializzasse il suo proposito di girare una pellicola perlomeno ispirata al precedente di Castellari (che comparirà in un cameo nel film del 2009, come il gerarca nazista che nel teatro urla “Fire” al momento del massacro finale). Ne è nata una interessante e divertente intervista in cui emerge l’entusiasmo artigiano del cineasta italiano che suggerisce: «Il titolo è buono se tu rispondi “mecojoni”; perché se tu rispondi “esticazzi”, non vale.» (video a 2’50”)

Torna il tema del Tarantino appassionato di cinema italiano, vero cultore e collezionista di quelle pellicole tanto bistrattate in casa nostra. Le stesse dalle quali proviene un’altra peculiarità del suo cinema: l’uso, cioè, di colonne sonore sempre di repertorio, spesso attribuite a una fonte radiofonica (come la K-Billie super sounds di Reservoir Dogs) o all’ambiente. Esempio lampante può essere trovato in una delle scene più note del film del 1972 di Lucio Fulci, Non si sevizia un paperino, dove, mentre la maciara (Florinda Bolkan) viene massacrata da un gruppo di uomini, lo speaker di una stazione radiofonica manda in onda un pezzo della Vanoni.

La conferenza si conclude con una breve intervista a Tarantino a proposito delle sue dichiarazioni sul cinema italiano contemporaneo. Sarebbe potuta durare di più, avrebbe dovuto farlo – stando a quanto ci dice la Brancati subito dopo – ma ci siamo accontentati e abbiamo cercato di superare quest’oretta di aneddoti e curiosità sul regista americano fermandoci a chiacchierare ancora un po’ con l’autrice che ha mostrato la disponibilità dello studioso appassionato, pronto al confronto sui temi a sé cari.

Dicevi di aver scoperto Tarantino quando, nel ’92, era ancora un perfetto sconosciuto. Quali sono state le circostanze? E quali i contatti successivi con lui?

All’epoca lavoravo in radio. Mi avevano dato carta bianca per poter fare recensioni su registi inediti, sconosciuti. E quando ho visto Tarantino sono rimasta folgorata nel cinema: non c’era nessuno; eravamo sette persone di cui quattro erano colleghi. Il film è durato pochissimo [era la priva versione. Nel ’93 sarà rieditato col titolo Cani da rapina] ma da lì è partita una ricerca perché mi ero fissata su di lui. Capivo che c’era una rottura con un certo tipo di linguaggio e l’apertura a quello che poi è diventato il linguaggio degli anni Novanta.

Nel 2004 l’ho conosciuto alla Mostra del Cinema di Venezia. L’impatto è stato abbastanza scioccante. Io sono arrivata come un re magio con i miei libri, una maglietta fatta fare per lui e vari doni. Me l’hanno presentato ma, nelle occasioni ufficiali, Tarantino è totalmente impacciato e goffo. Mi ha chiesto di portargli questi omaggi dentro l’hotel ma, quando il mio ufficio stampa l’ha contattato per un’intervista di qualche tipo, ha risposto che, se ero riuscita a scrivere un libro su di lui senza conoscerlo, potevo benissimo continuare in questo modo. In realtà la sua ritrosia è solo di fronte all’ufficialità e lo vedevo in giro a parlare tranquillamente di cinema ai bar o per strada con chiunque.

Spesso si tende a far coincidere l’intera opera di Quentin Tarantino in un unico sistema (pulp, violento, exploitation) ma credo che ciò sia riduttivo. Mi riferisco, ad esempio, alla svolta di Inglorious dove, per la prima volta si sfugge davvero ai canoni espressi nell’inedito My best friend’s birthday dell’84-’86.

E non dimenticare la parentesi di Jackie Brown, il mio preferito… Sono totalmente d’accordo e non ho amato tantissimo Inglorious per quanto abbia bisogno di rivederlo e metabolizzarlo, così come non ho amato troppo il secondo volume di Kill Bill in cui la sceneggiatura, tolto il monologo sul fumetto di Bill, si è un po’ persa.

Il finale di Inglorious è pessimo: battute stupide, che in Italiano sono anche peggiori, ed eccessi assolutamente evitabili negli ultimi dieci minuti.

Un finale più da Rodriguez, forse…

Sì, penso si possa dirla così.

Riprendendo il tema delle sceneggiature. Confrontando quelle da lui dirette, quelle scritte ma affidate ad altri registi (Stone, Scott) e quelle di cui si vocifera (come la storia dei fratelli Vega), pare che Tarantino abbia creato un mondo che si ripresenta tra i suoi lavori.

Al di là del citazionismo, certamente. Sta facendo qualcosa di molto simile a quanto fatto da Stephen King nei suoi libri. Alla fine chi non sia cinefilo o non abbia visto tutti i suoi film, è un po’ confuso e non riesce bene ad aderire alla cosa. Si può amare Tarantino apprezzandone il sottotesto o, all’opposto, fregandosene per apprezzare il puro spettacolo e prendendolo come per fede per quello che mostra. Un po’ come in cero cinema orientale.

Anche se laggiù abbiamo qualcuno come Kitano che senza eccessivi sforzi – e con le dovute cautele – può essere ricondotto al cinema di Quentin.

Scambio ancora qualche osservazione con Simona Brancati, poi la ringrazio augurandole buona fortuna (e in bocca al lupo, dopo che dice di star lavorando a un romanzo) e rimandando al futuro un nuovo possibile incontro, magari a parlare del prossimo film e alla prossima sorpresa di Tarantino.

Tutti gli articoli sul vintage e sul Padova Vintage Festival li pui trovare qui.

P.S.: Si è fatto riferimento al ‘già detto’ e ad altri luoghi. L’articolo dedicato a Tarantino inserito nella rivista CAM#5: TRASH! può essere letto cliccando sotto:

“I’m the foot fuckin’ master”

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