Il Gotico è una questione di arredi (Prima Parte 1/2)

IL GOTICO E’ UNA QUESTIONE DI ARREDI (Prima Parte 1/2)
Dall’Ikea dell’orrore ai vampiri quindicenni

di Alberto Bullado.

Il gotico è una questione di arredi, di architetture, di topoi e location. È una questione di immagini, un campionario di abbigliamenti, attrezzi e scenari che poi è immancabilmente mutato nei secoli. Tutto è cominciato con i castelli abbandonati e si è finiti in un inferno pop fatto di mostruosità contemporanee da discount. Un’Ikea dell’orrore ben definita, com’è quell’outlet limitato ed involuto della nostra fantasia, che sarebbe interessante ripercorrere come quando certe coppiette degli anni ’90 sottoponevano gli amici a noiosissime sessioni di diapositive delle vacanze (fortuna che Facebook ci ha salvati almeno da quello).

Per arrivare a comprendere il fenomeno di costume contemporaneo occorre partire dalla letteratura. A farla breve il gotico non è altro che Romanticismo borderline. In un certo qual modo nasce quasi come una costola del revival medievale, poi, fortunatamente, passa ad altro, acquisendo uno statuto autonomo, complesso e, a seconda dei gusti, piuttosto interessante. Naturalmente prima che questo possa succedere occorre la scintilla, un innesco di una qualche natura. Eccolo: dopo un secolo di pedanterie illuministe certi scrittori, c’è da capirli, hanno visto bene di darsi all’irrazionale più irrazionale che c’è. Come dire: la lampadina s’è fulminata. Calano le tenebre. E prende il sopravvento un’ossessione di morte e decadenza, una voglia compulsiva di marcescenza, una smania di cose desuete e di oblio in un mondo ad un passo dalla modernità, quella vera, quella industriale, metallurgica ed elettrica, che azzannerà il XIX secolo con tutto quello che c’è dentro. La malinconia romantica si trasforma in qualcosa via via più sinistro. Decisiva in questo caso la concomitanza di una determinata teoria estetica – secondo cui al Sublime ci si arriva anche prendendo la strada dell’Orrido e del Terribile – vedi Kant, Burke e Schopenhauer, e di un culto panteistico, un filino pagano, della Natura, da opporre alle metafisiche cristiane, positivistiche, progressiste, razionaliste del secolo. Qualcuno ha cercato di dare al fenomeno anche un’origine sociologica e politica: il culto del Terrore come reazione antimodernista e prodotto degli sconquassi rivoluzionari che hanno agitato l’Europa. Beh, che si sia trattato di un secolo travagliato ed avventuroso credo che non ci siano dubbi. Certo è che nell’anno di Nostro Signore 1800 – ma tu guarda che data simbolica – un tizio di nome de Sade scrisse più o meno così:

«Non restava nessuno che in quattro o cinque anni non avesse sperimentato più disavventure di quante i più famosi romanzieri non avrebbero potuto descrivere in un secolo: per suscitare interesse fu necessario rivolgersi all’inferno».

E quando si finì di rimestare tra le malebolge suppuranti di zolfo ed anime dannate si passò a qualcosa di ben peggiore: l’uomo, ovvero la sua mente ed il suo habitat. Ma questa è un’altra storia, qui siamo già nel ‘900, un secolo strambo ma ugualmente gotico (di ciò ne parleremo più avanti). Prima di un tale passaggio di boa il gotico rimane ancora un fatto di «cupe foreste e umidi sotterranei, monasteri in rovina crivellati di passaggi segreti, sferragliare di catene, scheletri, nubifragi e arcane luminescenze lunari» (tratto dalla prefazione di Bradford Morrow e Patrick McGrath della piccola antologia New Gothic, Mondadori). Lo dicevo: arredi, veri e propri elementi propedeutici. Con questo cosa voglio dire? Che il gotico è solamente questo? Certo che no, naturalmente c’è dell’altro, ma gli arredi sono sicuramente già sufficienti a giustificare una data etichetta. Parliamo tuttavia di icone sintomatiche di un certo clima. Vale a dire: dietro alle cripte invase da spettri piuttosto che nel cuore di viscide catacombe si cela la percezione di un mondo ctonio e claustrofobico che riflette la dimensione tombale dell’uomo moderno, quasi che la realtà vissuta dai primi autori gotici non potesse essere percepita altrimenti, ovvero come un sepolcro apparentemente più grande di un loculo. Inutile dire come l’intera faccenda possa essere ridotta, come spesso accade, ad una sorta di vanitas su larga scala. Il gotico marcia sopra il topos del memento mori che è un piacere. Ma non solo. Schiaccia il pedale dell’orrore, della follia, della mostruosità, dell’empietà, della morte, della malattia, della sessualità deviata, della soprannaturalità: tutte tematiche che prevedono una certa indole, una certa sensibilità, che selezionano un determinato pubblico e che restituiscono il riflesso di un’epoca, o meglio, la sua ombra.

Senza voler fare troppa Wikipedia, va detto che il primo romanzo considerato gotico al 100% è Il Castello di Otranto di Horace Walpole (1765). Ed è bizzarro come un genere tradizionalmente forte nel mondo anglosassone sia nato da un romanzo ambientato in Italia, in una Puglia in realtà calda ed assolata. Forse la voglia di periferia, di un qualcosa dal sapore ancor più arcaico, ha avuto il sopravvento sull’umidità stantia dell’Europa continentale o settentrionale.
Dopodichè possiamo parlare volentieri della Shelley, della Radcliffe, della Reeve (come si vedrà il gotico è un genere che fa breccia nell’immaginario femminile) di Polidori, di Maturin, di Beckford, di Stoker, di Poe, di Lovecraft, fino ad arrivare, che so, ad un Stephen King, piuttosto che ad una Anne Rice e la nuova letteratura gothic teen. Ma prima di arrivare a tanto mi soffermerei volentieri su Matthew G. Lewis che nel 1796 all’età di soli vent’anni, pensate un po’, pubblica Il Monaco: un prete degenerato di nome Ambrosio, che vive in un ambiente claustrale al limite dell’abominio, violenta una tenera fanciulla nel sottosuolo di una chiesa avvolta da orride tenebre crepuscolari. Il prete morirà di una morte orrenda ed agonizzante: un disfacimento tanto spirituale quanto fisico, andando incontro alla dannazione eterna. Sia Lewis che il suo editore furono per queste ragioni incriminati. Il romanzo venne censurato e condannato al macero. E tutto questo molto prima di Marilyn Manson: giusto per dire come una delle prerogative del genere sia, in fin dei conti, l’esplicita ed l’arrogante rappresentazione del blasfemo. Fondamentale nella lettura gotica è difatti il sistematico capovolgimento dei valori: in questo consiste la portata sovversiva del genere e delle sue tematiche. Il bello diviene brutto, anzi, orrendo, il giusto diviene sbagliato, anzi, empio, l’amore diviene sesso, anzi, perversione… e avanti di questo passo: sogno/incubo, vita/morte, luce/tenebra, bene/male, ecc… un gioco di opposizioni davvero ampio. Quindi da una parte vi è l’estetica, dall’altra la trasgressione: sono sostanzialmente questi i due filoni, i due maggiori denominatori comuni del genere.

Resta inoltre da capire come il repertorio gotico riesca a dialogare con il resto della letteratura. A lungo ci si sofferma sull’opposizione realismo/fantastico che lascia il tempo che trova. Perché invece non parlare di un irrazionale realismo? Nella lettura gotica le descrizioni sono minuziose, attente, sensuali, come a voler giustificare l’importanza della cornice, proprio perché occorre “fare atmosfera” e drammatizzarla a più non posso. In questo caso, da un punto di vista letterario, il gotico rapisce molti stilemi di un certo naturalismo (in realtà lo anticipa), senza contare il fatto che autori come Dante, se vogliamo andare ancora più indietro nel tempo (e di conseguenza molti altri autori greci e latini, per non parlare di menestrelli medievali ed aedi norreni), sono stati inconsapevoli precursori di un immaginario indispensabile per gli autori gotici. Il tutto da condire con mitologie anglosassoni e testi sacri, santi e fantasmi, Bibbia e leggende. Il sacro ed il profano, anzi, il sacrilego, sono elementi pressoché inscindibili. Il rapporto controverso con il cristianesimo viene portato avanti con protervia, quasi si trattasse di una religione a sé, tanto che si potrebbe parlare del gotico come di una “liturgia del male”, di un feticismo di segno opposto ma che condivide ritualità, oggetti e linguaggi. In poche parole una fede che sostituisce a Dio una possessione demoniaca.

Ma uno degli aspetti più interessanti della letteratura gotica è la sua natura da una parte fortemente connotata, dall’altra praticamente innata (si pensi alla catabasi dell’Orfeo di Virgilio). Una volta istituzionalizzato il gotico appare e riemerge anche dove non te lo aspetteresti. Ad esempio in Middlemarch di George Eliot, considerato uno dei capolavori del realismo ottocentesco, nel quale si ritrovano elementi spiccatamente gotici: vedi il personaggio di Mr Casaubon, uno studioso vestito di nero, esperto di miti e leggende di tutto il mondo. Una figura sinistra, becchina, il cui trionfo viene rappresentato dal breve sequestro dell’eroina Dorothea in nome di una passione morbosa e deviata (la versione politicamente scorretta dell’attuale prof Renato Zero di Harry Potter…). Ma si potrebbe istituire una caccia al tesoro alla ricerca di qualsiasi altro riferimento gotico nella letteratura non gotica coeva o passata, dal Faust di Goethe al Paradiso perduto di Milton. Mentre se vogliamo parlare di associazioni certamente meno ardue allora occorre trasferirci in Francia, dove un certo decadentismo sfocia volentieri in simili lidi, dai languori cadaverici di Baudelaire ai romanzi di Huysmans, vedi Là-bas (L’Abisso). Inoltre in quegli anni ed in un certo ambiente culturale spopola un personaggio come Joseph-Antoine Boullan (conosciuto come l’Abate Boullan) ex prete satanista: praticamente un personaggio da romanzo gotico. Per non parlare di  Gilles de Rais, quest’ultimo invece affidato alla storia d’Oltralpe. Persino un romanzo come Notre-Dame de Paris di Hugo conserva dei tratti inequivocabilmente gotici. In Italia perfino i nostri crepuscolari ci finiscono inconsapevolmente dentro quando il tisico Corazzini arriva a verseggiare a proposito di chiese sconsacrate, monaci suicidi e cimiteri. Rieccoli gli arredi che inequivocabilmente spiccano e che sono sintomatici di un certo contesto. Mentre per quanto riguarda alcuni personaggi romanzeschi non c’è nemmeno da sottovalutare la manzoniana Monaca di Monza, con tutti i suoi trascorsi, così come certi respiri sepolcrali di Foscolo o le estemporanee scappatelle nel fantastico-grottesco di Landolfi. Lo stesso discorso vale per moltissimi altri autori romantici e tardo-tali sparsi per l’Europa. Insomma, il gotico come cifra stilistica di genere è presente anche in altri generi. Una presenza che riecheggia in varie epoche e latitudini ma che trova una condensazione certamente più rilavante solo in un determinato campionario di romanzi. Come dire: gli arredi sono sparsi un po’ dappertutto, mentre lo scrittore gotico è colui che è in grado di catalizzare nel medesimo istante non solo certi oggetti ma anche una determinata poetica (di cui sopra). Si tratta quindi di un artista consapevole oltre che un sapiente “arredatore”. Senza la traccia di una tale padronanza un romanzo gotico sarebbe solamente un romanzo.

Prima di passare ad altro, concluderei questa prima parte proprio con la parola: “romanzo”. Il gotico vivrà il suo periodo d’oro fintanto che la letteratura riuscirà a conservare un ruolo predominante come fabbrica di archetipi ed immaginari. Anche se rappresentazioni di questo tipo vengono condivise, fin dalle origini, dalle arti figurative (pittura ed incisioni) e dal teatro, il romanzo o la novella rimangono i canali preferenziali del genere gotico e che verranno progressivamente meno nel ‘900, a cominciare dall’avvento del cinema, – negli anni ’20 sarà l’Espressionismo Tedesco ad ereditare certe tematiche fortemente chiaroscurali – e in secondo luogo con la diffusione di fumetti, della televisione e, in ultima istanza, persino dei videogames. Il gotico da fiction diviene fenomeno di costume.
Ma di questo ne parleremo nella seconda parte.

CONTINUA QUI (Seconda ed ultima parte)

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