The Tree of Life – Un capolavoro con qualche anno di ritardo

di Paolo Radin.

Capolavoro assoluto o borioso polpettone? Raffinato e complesso o estetizzante e sconclusionato? The tree of life è, senza dubbio, uno dei film più controversi degli ultimi mesi, al centro di un dibattito che lo ha alternativamente amato e odiato, celebrato e criticato e, forse, tutte le domande che il film solleva potrebbero essere risolte proprio a partire dalle reazioni estremamente contrastate che ha suscitato. Al di là della realizzazione tecnica, ovunque apprezzata e da tutti riconosciuta di obiettiva eccellenza, è interessante notare come sulla nuova fatica di Malick (mai termine più azzeccato per definire il film considerando i tempi biblici della sua gestazione) si sia rovesciato ogni possibile pregiudizio che tradizionalmente gravita attorno ai cosiddetti “film d’autore”.

The tree of life è stato tacciato di eccessiva complessità, di essere sovraccaricato di simbologie astruse e di totale autoreferenzialità, dimentico di un pubblico se non quello degli addetti ai lavori. In alcuni momenti, recuperando il pregiudizio per il quale forma e contenuto sono due entità inconciliabili, è stato definito barocco nella messa in scena, ritenuta di una raffinatezza estetica così smaccata da risultare interamente fine a se stessa. Altri, più sbrigativamente, non riuscendo (volendo) trovare il bandolo della matassa, hanno chiuso la questione definendolo talmente disarticolato e alogico da non poter avere alcun senso se non quello estetico. Alcuni lo hanno accusato di un estremismo religioso, tanto sbandierato da trasformare il lungometraggio in un’epopea cattolica fuori tempo massimo. E, ovviamente, il pubblico più comune l’ha snobbato con un “che due palle, troppo noioso!”. A mio avviso ognuna di queste argomentazioni è, almeno in parte, veritiera, testimoniando tanto gli aspetti vincenti che gli aspetti discutibili del film.

The tree of life è effettivamente un film complesso e apparentemente sconclusionato. La narrazione è frammentaria, i vari nuclei tematici e descrittivi non sono legati da una razionale consequenzialità, ma dalle emotive ed alogiche associazioni del regista; ciò è ingigantito dalla grandissima eterogeneità di periodo storici, tematiche e ambientazioni toccati dal film, a loro volta caricati da una fittissima, complessissima e personalissima simbologia. Inoltre, i dialoghi sono quasi del tutto inesistenti, ridotti a minime, e in alcuni momenti banali, invocazioni, quasi privi di valore esplicativo/chiarificatore e interamente tesi sottolineare il senso di sospensione di domande troppo grandi per coloro che se le pongono. L’esito conclusivo è una sceneggiatura di spaventosa complessità che solleva un numero altrettanto spaventoso di domande, che rimangono, un po’ come quelle dei personaggi, quasi sempre senza risposta.
Una struttura filmica di questo tipo non è conseguenza di obiettivi o idee poco focalizzati, ma di una precisa volontà espressiva. Nucleo centrale della poetica del regista americano è lo smarrimento di un’umanità sempre più lontana dalla sua primigenia “naturalezza”, confusa e persa nel tentativo di cogliere l’essenza di un mondo, di un reale troppo grande e troppo complesso rispetto alla finitezza e precarietà tipiche dell’uomo. La struttura narrativa di The tree of life diviene, così, specchio della condizione che Malick ritiene alla base dell’esistere umano. Non vi è nulla di certo, non vi è nulla di chiaro, non vi sono risposte. E qui Malick sembra suggerire come via d’uscita “la grazia” (simboleggiata nel film dalla madre interpretata da una splendida Jessica Chastain), l’amare ogni singolo momento, ogni singolo istante, ogni singola cosa, anche la più piccola ed insignificante, in una riscoperta profonda e totale del più banale quotidiano, di quel legame profondo che ci lega con la terra e con la matericità della vita, abbandonando e superando tutte quelle sovrastrutture intellettuali e sociali che hanno raffinato l’uomo, ma anche alienato dalla sua più profonda e autentica natura.

Il linguaggio verbale è  visto come la prima e più profonda forma di convenzione sociale e, in quanto tale, va superato. La traduzione in parole dei gesti, delle emozioni e dei sentimenti costringe a un’approssimazione che ne denatura l’immediatezza, l’autenticità e l’intensità. Inoltre possono essere manipolati e distorti allontanandoli dall’uomo; un uomo che risulterà conseguentemente freddo, insensibile ed egoista. Non è un caso che l’unica figura ad usare nomi e a pretendere di essere definita con un titolo sia proprio il padre (alternativamente definito “signore” e “padre”), che nel lungometraggio diviene simbolo della “natura”, in Malick è intesa come natura umana, ovvero come l’insieme delle sovrastrutture sociali che impediscono al padre di entrare in un vero e profondo contatto con i suoi figli, di costruire un legame che sia autenticamente affettivo e che raggela il rapporto in una serie sconfinata di regole e norme comportamentali.

Così si arriva a comprendere quanto la raffinatezza ed accuratezza delle riprese sia anch’essa legata ad una precisa volontà espressiva e non conseguente ad un sterile esercizio di stile. A seguito del diradarsi dei dialoghi e del loro perdere di importanza, le inquadrature  assumono assoluta centralità nel veicolare emozioni, significati e simboli. L’intero film ruota attorno alle sue splendide riprese, la cui bellezza ed eleganza diventano inno alla bellezza insita in ogni singolo aspetto dell’esistenza, dalle fronde di un albero mosse dal vento e dal piede di una madre che gioca con un innaffiatoio, al fare il bagno in un lago ghiacciato.

Accanto a questo filo rosso che tiene insieme la trama, si possono rintracciare ulteriori direttrici. Tra queste, la religione. Nello scenario di smarrimento e alienamento descritto nel film, Malick inserisce un barlume di speranza dato dalla presenza di qualcosa di trascendente nella vita di tutti i giorni che, in un tempo e in un luogo imprecisato, rivelerà il Tutto all’uomo. Una essenza presente in ogni cosa e all’origine di tutto: cosa sia non è dato a sapersi, ma la sua esistenza è una certezza. Amare ogni singolo aspetto dell’esistere e un dio presente in tutto: qualcosa che suona smaccatamente cattolico. Senza contare l’impostazione generale del film che sembra ripercorrere le varie tappe della Bibbia, dalla creazione al giudizio universale. In realtà Malick va molto più in là di una banale riproposizione cinematografica della Bibbia. Più che una riproposizione sembra una vera e propria riscrittura in cui la creazione non ha nulla di “divino”, ma è descritta nel modo più “scientifico” possibile con momenti che sembrano estrapolati direttamente da un documentario. E il “giudizio universale”, oltre ad avvenire in un momento ed in un luogo evanescenti e non precisati (potrebbe essere il luogo dopo la morte, o lo spazio onirico di un sogno/visione), più che un contatto con un’entità divina che divide il mondo in santi e peccatori, sembra un incontro, un unificarsi con il Tutto, passato, presente e futuro, anima e materia (il paesaggio in cui avviene questo “giudizio universale” è sulle rive di un bacino d’acqua; acqua che, nell’economia del film, simboleggia la culla primigenia della vita), frammentario e parziale si perdono e si fondono in un unicum e tutti i diversi piani ambientali, storici e temporali del film si saldano in un grande abbraccio che disvela, proprio in conseguenza della sua universalità, tutte le agogniate risposte (la scena è accompagnata dall’introito di una messa da requiem, con il continuo ritornare del verso “et lux perpetua luceat eis”).

Malick non dipinge la religiosità in chiave cristiano cattolica, dipinge un credo più intimo, sincero e meno strutturato, un credo in un indefinito essere panteistico che è parte integrante dell’uomo e che potrebbe essere la sua stessa anima, anima che le sovrastrutture sociali hanno alienato, che va riscoperta e, forse, proprio l’amare ogni singola cosa, anche la più insignificante, permette di fare un’esperienza più intensa e piena di questo principio divino e quindi di alleviare i pesi dell’esistere nell’attesa delle risposte che prima o poi verranno date.

Questa è solo una delle possibili chiavi interpretative del film, esegesi che lascia moltissimi punti interrogativi. Malick, con un deciso scarto “metafisico” rispetto ai suoi lungometraggi precedenti, abbandona la narrazione creando un film contemplativo, interamente giocato su riflessioni e simboli, dando veste teorica e programmatica alla sua poetica; la densità del lungometraggio deve essere attribuita proprio a questo carattere di testamento/manifesto poetico che The tree of life ricopre all’interno della filmografia del suo regista.

Guardando il film si ha l’impressione di trovarsi davanti a qualcosa di grande, di monumentale, ma anche qualcosa di estremamente complesso, oscuro e per alcuni versi reazionario: tutti i tipici “pregiudizi da film d’autore” che questo si è tirato addosso derivano proprio da un’impostazione estremamente tradizionale del film, che fa leva su una sensibilità (tutta la religiosità e tensione all’altro descritta da Malick sembra appartenere ad un tempo andato suscitando, in più di un momento, sensazioni di vecchio e stantio) e su di un modo di fare cinema che non fanno più parte (o quasi) della nostra contemporaneità.

Da trent’anni l’arte (e il cinema) ha riscoperto il pubblico: Malick bellamente lo sdegna, ritornando ad un film ermetico e concettuale che non sfigurerebbe accanto ad un opera di Kosuth, chiuso nella sua algida torre d’avorio, e completamente autoreferenziato, che ricerca un’universalità, che parla di un’umanità dei sui desideri e bisogni avendo perso di vista, però, cosa sia la società d’oggi dove, recuperando Damien Hirst, la particola è stata sostituita da una pillola del miglior farmaco, e dove dio è diventato un teschio di platino ricoperto di diamanti.

Il punto di partenza è ottimo, lo smarrimento dell’umanità è evidente, ma dubito che, almeno nella società occidentale, la risposta  possa/voglia essere rintracciata in un’entità indefinita e panteista che tutto sa e tutto può.

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