Umberto Galimberti: Cultura e Democrazia nell’era della Tecnica

UMBERTO GALIMBERTI ALLA FIERA DELLE PAROLE DI PADOVA

di Tommaso De Beni.

Giovedì 6 ottobre 2011, a partire dalle 17.30, nell’aula magna del Liceo classico Tito Livio di Padova, il docente e scrittore Umberto Galimberti ha presentato il suo ultimo libro,  Il segreto della domanda. Intorno alle cose umane e divine, edito da Feltrinelli, intervenendo così alla Fiera delle parole, iniziata martedì e per la prima volta  organizzata nella città del Santo. Anche se la collocazione dell’evento non era delle più adeguate (l’aula magna del liceo non è stata sufficiente a contenere tutte le persone, molte delle quali -compreso il sottoscritto- sono rimaste in piedi o addirittura nei corridoi per tutto il tempo), la presentazione del libro è stata un’ottima occasione, grazie anche al contributo del docente di Filosofia di Padova Umberto Curi, per approfondire assieme a uno dei più stimati filosofi contemporanei delle questioni che non restano nell’ambito accademico ma riguardano da vicino la società civile. Si inizia da una definizione del termine stesso di filosofia, il quale va oltre al semplice concetto di amore per il sapere con cui si è soliti tradurre il termine greco. La filosofia, spiega Galimberti, è diversa dal sapere. Il sapere è un concetto che si avvicina di più ai dogmi religiosi, mentre la filosofia, oltre ad essere un epistema, cioè un discorso sensato, è soprattutto una ricerca. Il sapere è fermo, mentre la filosofia deve essere in continuo movimento, una ricerca appunto, che può mirare alla verità o al benessere. In questo modo però ognuno può arrivare a chiudersi nella sua verità sbarrando la strada al dialogo. Ciò non deve accadere perché la filosofia deve mettere in discussione, deve fare domande e non dare risposte, non deve fermarsi alla soluzione dei problemi, deve mantenere uno spazio aperto. Il miglior modo per “uscire vivi” dai circuiti epistemologici è conoscere il maggior numero possibile di punti di vista. In questo senso, sostiene Galimberti, la migliore terapia è la cultura. La cultura permette di essere liberi e a volte salva anche la vita. L’olocausto subito dagli armeni a inizio Novecento non è “famoso” come quello subito dagli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale per un motivo preciso, secondo Galimberti, cioè perché il popolo ebraico è un popolo colto, mentre quello armeno non lo è, o lo è meno.

A questo punto interviene Umberto Curi, chiedendo di spiegare il titolo di uno dei capitoli del libro, cioè Il tramonto della democrazia. Se da Platone a Rousseau i grandi pensatori non esaltavano e a volte osteggiavano questa forma di governo, oggi il termine è quasi abusato. Il problema è che la democrazia è un modo, un atteggiamento, un’indicazione, e non un vero sistema. Non ci si può limitare a credere che democrazia sia solo la possibilità di votare. Citando il politologo Sartori, Galimberti ricorda che votare significa solo eleggere dei capi, ma questa non è vera democrazia. Non c’è democrazia senza cultura, per esempio, e questa affermazione suona come un richiamo alla recente riforma dell’università o ai recenti tagli alla cultura. Scegliere in base alle conoscenze sarebbe un’azione ragionevole, e invece si fanno scelte in base alla fede, al colore politico o al puro interesse economico. Le questioni del nucleare, della fecondazione assistita e dei cosiddetti ogm, per esempio, assumono caratteri paradossali e assurdi senza la conoscenza dei temi, senza le categorie interpretative della genetica o della fisica.  Questa è una caratteristica tipica dell’età della tecnica, in cui domina quella che Adorno, Horkheimer e Marcuse chiamavano «cattiva irrazionalità». Quella che crediamo democrazia è in realtà tifo da stadio: deleghiamo le decisioni ai politici, ma oggigiorno la politica non è il luogo delle decisioni, come dovrebbe essere. I politici delegano le decisioni all’economia che a sua volta dipende dalla tecnica. E quest’ultima, razionalizzando ogni cosa (anche i sentimenti), produce azioni irrazionali. La tecnica esclude tutto ciò che è diverso e non integrabile, conta solo l’efficienza, la velocità, il business. E ciò non è democratico.

Umberto Curi interviene poi puntando direttamente sulla questione dell’istruzione e chiedendo a Galimberti di dire la sua sulle riforme che hanno trasformato radicalmente la scuola e l’università. Galimberti fa notare come migliaia di studenti ogni anno si iscrivano all’università o si laureino senza avere la minima idea di quali siano le prospettive future. Se posso permettermi una parentesi personale, devo dire che sono grato ai due interlocutori di aver affrontato questi temi, perché uno dei drammi dei laureati nelle facoltà umanistiche è di subire la scissione tra il sapere ed il saper fare. Esistono per esempio dei lavori che uno studente di Lettere potrebbe svolgere senza tradire la sua formazione culturale, come per esempio il traduttore, il correttore di bozze, l’editor, il responsabile delle comunicazioni, il capo ufficio stampa. Solo che durante gli studi non acquisisce gli strumenti necessari per lavorare in questi ambiti. Bisogna allora distinguere tra istruzione, educazione e formazione. L’istruzione è la trasmissione di un sapere, la psicologia però ci insegna che l’intelletto si apre se spinto da stimoli positivi. Ecco che entra in gioco l’educazione, anche sentimentale, che serve appunto per conoscere e guidare i propri sentimenti attraverso l’intelletto. I sentimenti, secondo Galimberti sono un fattore culturale. Poi c’è la formazione, la Bildung, che come dice il termine stesso impone un indirizzo, un limite, una direzione, una forma appunto, che però esclude tutte le altre forme. Il problema, conclude Galimberti, sta nel modo in cui i legislatori concepiscono l’università, cioè come un apparato statale analogo alle questure, agli uffici, alle caserme. L’università deve insegnare a pensare, non imporre un pensiero dominante. La conversazione precede analizzando altri capitoli del libro, che affrontano altri temi cruciali come il rapporto tra scienza e fede e la crisi della famiglia nella società odierna. Filo conduttore di tutto l’intervento è il termine cultura, che dovrebbe forse essere usato al plurale, a voler significare l’invito a non chiudersi in un unico punto di vista, ma ad abbracciare (anche semplicemente leggendo di più -e magari opere di tipo diverso-) ed inseguire le diversità, i problemi, le anomalie, le differenze.

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