The “New Italian Noir”

THE “NEW ITALIAN NOIR”
Da Sugarpulp a Sabot/Age: la “nouvelle vague” del noir italiano
di Alberto Bullado.

Incontro-dibattito in occasione di Sugarpulp Festival, venerdì 30 settembre 2011.

L’incontro, stando a quanto dice il pieghevole, avrebbe a che fare con il “Noir e post-noir”. Riecco il nostro vizietto di aggiungere il suffisso “post” a qualsiasi cosa alludendo di essere arrivati ad uno snodo rilevante senza però avere il coraggio di coniare un nuovo termine. E quindi se ne ricicla uno vecchio, tutto questo per non commettere scivoloni, per tenerci attaccati con il cordone ombelicale al passato. Il risultato è presto detto: viviamo in un’epoca fatta di post-tutto, “post” di qua e “post” di là. Rimane quindi da capire quanti altri “post” ci servono ancora prima di elaborare nuove categorie. Ma con sollievo mi accorgerò che l’espressione “post-noir” non verrà mai pronunciata dai protagonisti del dibattito i quali avranno invece il coraggio di fare nomi e cognomi di nuove realtà senza nascondersi dietro l’ipocrisia di rassicuranti etichette.

Sopra il palchetto di Sugarpulp, nell’agorà di Palazzo San Gaetano, Massimo Carlotto, uno degli autori più affermati del noir italiano (Il fuggiasco, Arrivederci amore ciao, L’Alligatore, Alla fine di un giorno noioso e molti altri) e il giovane Piergiorgio Pulixi (uno degli autori dell’opera collettiva Donne a perdere) prendono immediatamente di petto la questione. Cos’è il noir italiano oggi, cosa fa, cosa pensa, quali sono le nuove prospettive di questo genere letterario. Emerge innanzitutto un dato fondamentale (e per certi versi paradossale): la letteratura di genere, e più specificatamente il noir, ha scalzato il giornalismo dal ruolo di “narrazione della realtà”. Ebbene, il noir, con le sue tinte fosche, i violenti chiaroscuri, il crimine al centro della storia, al giorno d’oggi in Italia non è altro che la restituzione espressionista ma fedele di una verità che difficilmente i mass media raccontano. Affermazioni forti ma che hanno alle spalle, come si evince dalle parole di Carlotto, una determinata riflessione sociale: da piazza Fontana in poi si è verificato un corto circuito tra informazione e verità. In questo senso la letteratura di genere acquista un ruolo ed una funzione ben determinati. La storia, l’intreccio, i personaggi, sono solo espedienti, i mezzi romanzeschi che compongono una scusa per raccontare la realtà, i suoi risvolti oscuri e scomodi, quelli, per intenderci, che non vengono portati a galla dai giornali. E questo perché il romanzo, divenuto bene di consumo, ubbidendo alle serrate regole del mercato, si trasforma in un formidabile mezzo d’informazione e sensibilizzazione. In questo caso la censura non interviene, anche se si ha a che fare con racconti minuziosi, veritieri e che portano con sé testimonianze forti, oltre che significati trasgressivi, proprio perché il romanzo “deve vendere”. La stessa cosa non si verifica con le inchieste giornalistiche: una pratica sempre più ostacolata dal potere, un’arma spuntata e vilipesa, una via pericolosa e demotivante da intraprendere anche per quei pochi giornalisti che avrebbero il coraggio di avventurarsi nel ventre oscuro della nostra storia. In questo modo i lettori, in forte crescita, di romanzi noir, o comunque affezionati ad una certa letteratura di genere, che sfocia anche nella docufiction, non solo sanciscono la fioritura di una serie di generi letterari ma testimoniano un altro fatto fondamentale: sempre di più, al giorno d’oggi, la lettura viene associata all’informazione e diviene “voglia di verità”. Parliamo quindi di un pubblico ricettivo, un “pubblico ribelle”, che cerca la verità nella letteratura, soprattutto quella di genere.

Il noir italiano ha quindi seguito quest’evoluzione. Un genere che nasce dalle scienze sociali e che finisce per raccontare la globalizzazione, le leggi crudeli che disciplinano il mondo e la forma mentis di questa nostra società intimamente cinica ed irrimediabilmente criminale, malgrado non vi sia questa percezione. Eppure ogni anno vengono riciclati 10.000 miliardi di dollari nell’area mediterranea. Eppure il Veneto è una zona privilegiata per il riciclaggio. Eppure la malavita è penetrata nelle stanze dei bottoni del potere, tanto che ad un certo livello in poi riesce difficile distinguere le due entità. Il ruolo del noir diventa perciò quello di narrare, ed alle volte anticipare, il crimine, spiegare qual è il ruolo del “male”, ovvero la globalizzazione dell’illegalità, il cosiddetto terziario del crimine, un unico pantano in cui sono invischiati mafia, finanza, politica, economia, appalti ed infrastrutture. Un crimine progredito e che fa, apparentemente, meno morti ammazzati ma molti più affari. Uno scenario che include implicitamente un sostrato sociale sempre più individualista e spregiudicato, innestato in un sistema che si nutre di criminalità per rigurgitare illegalità. La vera forza di questo nuovo crimine organizzato è proprio quella di essere connaturato negli stessi meccanismi che regolano i rapporti di potere e, di conseguenza, di questa nostra società.

Per seguire l’evoluzione del crimine e della realtà, il noir italiano, coinvolto più di altri generi e soggetti letterari provenienti da altri paesi, ha dovuto mutare, cambiare pelle ed assumere un valore sociale e politico non così marcato come in passato e che lo distingue, ad esempio, dal noir americano, quest’ultimo più portato ad esaltare l’elemento investigativo, oltre uno spirito diverso e smargiasso, più ironico e spiccatamente pulp. Il noir italiano preferisce sporcarsi le mani nella realtà del proprio territorio, narrando, senza rinunciare ad una forte espressività, storie di violenza ed illegalità che sono pugni nello stomaco e che ci urlano il faccia il marciume della nostra stessa anima e la perversità del nostro sistema. Del resto il momento in cui stiamo vivendo suggerisce un tale fermento ed interesse dal punto di vista letterario, un degrado “affascinante” e che in una qualche maniera deve e vuole trovare un proprio posto nella letteratura. Secondo Massimo Carlotto presto qualsiasi letteratura di genere si occuperà di questo, una realtà che non si potrà più fare a meno di raccontare. Ecco giustificata la nascita di Sabot/Age, collettivo, scuola di scrittura, nonché collana di romanzi curata dallo stesso Carlotto, che si impegna di pubblicare «storie che il nostro paese non ha più il coraggio di raccontare. Dal noir al pulp, dall’horror alla commedia, generi diversi per rompere la crosta del non detto: sabotare il silenzio quotidiano su temi inquietanti eppure rigorosamente taciuti» (dal sito di Massimo Carlotto). In questo senso Piergiorgio Pulixi, autore Sabot/Age, ci porta la sua stessa testimonianza, spiegando il significato di questa iniziativa (vedi video in basso, a fine articolo) e di come i romanzi debbano essere basati su storie reali: una discriminante che sottende una certa programmaticità. Carlotto incalza sottolineando l’importanza di certi festival come lo stesso Sugarpulp che fungono da «spine dorsali dei movimenti letterari» e che sanciscono, di fatto, la nascita di nuovi soggetti, come lo stesso collettivo veneto, che nasce, non a caso, da un manifesto.

Eccolo il “post-noir” a cui faceva probabilmente riferimento il titolo del dibattito. Questa sorta di “nouvelle vague italiana” che con un po’ di prosopopea si potrebbe titolare “New Italian Noir” (anche se il termine noir è in questo caso riduttivo, dal momento che non esistono barriere di genere), calco di un’etichetta ben più famosa e dibattuta in Italia, la New Italian Epic, dalla quale questo nuovo soggetto sembra aver attinto alcuni stilemi intellettuali. Ma la creatura concettuale dei Wu Ming era uno studio, una lettura a posteriori di una data realtà (circoscritta anche nel tempo), mentre questo “New Italian Noir” si propone come neonato (macro)genere letterario che legge e pretende di interpretare il presente e che si protende verso il futuro.

 

Photos by Dusty Eye.

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