A patto che se ne parli – CAM#05: TRASH!

A PATTO CHE SE NE PARLI
Perché il trash è una questione di linguaggio

di Antonio Lauriola.

Che una connotazione categoriale debba essere riferita al mondo, a parte di esso, o alle singole esperienze, è cosa necessaria quando si desideri comunicare ciò che il proprio pensiero impone. Aspettarsi, però, che ogni tassonomia abbia lo stesso valore e che questo sia costante nel tempo e nello spazio è tra le maggiori ingenuità di una pessima lettura dell’umano. E la ricerca di tale perfezione – di una etichettatura, cioè, totalmente condivisa – è ben nota a chi se ne occupa per professione da sempre: dall’Arbor Porphyriana alla catalogazione bibliografica, la sistemazione “in cartelle” produce numerose difficoltà. Mettere del cibo per cani nella ciotola di Fido è banale; elencare tra i cibi grassi un panino con porchetta, lardo e maionese può essere contestato da pochi; ma se da una lista di, poniamo, duecento pietanze, si chiedesse di estrapolarne una sul buon cibo (o, viceversa, sul cibo disgustoso), quasi certamente si farebbe fatica a trovare un risultato unanimemente condiviso.
Il punto è che non tutte le categorie sono intrinseche o a priori perché, il più delle volte, le etichette assumono senso solo se paragonate ad altre o se accompagnate da un’opportuna didascalia: che una cosa sia o non sia qualcosa è, cioè, un affare puramente linguistico, un’attribuzione imputabile solamente al linguaggio. Non alla lingua, si badi, né alle parole, ma al linguaggio inteso come modo di pensiero e interazione tra l’uomo e l’Altro.

Al centro del nostro dibattito c’è una nebulosa di idee e fenomeni, di personaggi e fatti, che si cerca di convogliare sotto il paradossalmente nobile titolo di trash. A dire il vero – purché la verità non sia in una busta – nulla v’è, nella realtà, che sia trash. Una scoreggia in teatro mentre il cigno muore può essere un atto di istituita inciviltà, un problema intestinale, o il proprio disappunto nei confronti della performance. Una barzelletta volgarmente sessista raccontata da un Primo Ministro occidentale può portargli consensi o la gogna internazionale ma, in sé, rimane una barzelletta volgarmente sessista raccontata da un Primo Ministro occidentale. Che i due fatti suddetti siano trash lo si può assumere solo rispetto al discorso che se ne fa.
Un passo indietro. “Trash” è, innanzitutto, un termine la cui prima accezione è quella di “spazzatura” – “monnezza” nel senso partenopeo tristemente attuale. Volendo considerare il trash come categoria si deve pensare, quindi, a un sacchetto della spazzatura o a una discarica. Si tratta di contenitori che investono di un chiaro significato ciò che prima di entrarvi era tutt’altro: solamente finché nel trash tali cose rimangono, solo quando le nominiamo tali, esse ne assumono lo statuto. E, viceversa, lo stesso contenitore è o non è pattumiera rispetto all’idea che abbiamo del suo ripieno. Il concetto è particolarmente immediato quando si pensa al barbone che rovista tra i rifiuti o ai mercati dell’usato di qualsiasi prodotto: la materia esplicitamente scartata da alcuni è cibo o utile per altri.

Si guardi qualunque palinsesto televisivo. Parrebbe che la “fabbrica dei sogni” programmaticamente produca scarti, li valorizzi affidandoli agli orari di maggior utenza: Maria de Filippi e i suoi amici, le fiction che chiamano reality, gli eterni concorrenti in attesa di premi di qualche tipo, i programmi “per le famiglie”. A ben vedere, il pubblico – una buona fetta di esso, almeno – non considera trash questa produzione. Ad essere scartati sono i monologhi ghezziani e i film delle due di notte, gli approfondimenti giornalistici che non trattino di cronaca nera o di abitudini sessuali delle celebrità, e tutta quella produzione che la fetta “intellettuale” dell’utenza televisiva vorrebbe preservare dagli scempi paillettati di ciò che considera trash. Stesso discorso vale per la produzione editoriale di qualunque ordine.
Trash è ciò che, rispetto all’uso che se ne vuole fare, risulta inutile, inappropriato, è qualcosa che si vuole scartare perché ritenuto non confacente alle proprie esigenze. Inevitabile, allora, il ricorso ad un termine inestricabilmente legato ad esso: non è un caso, infatti, che si parli di persone, oggetti ed eventi riciclati. Sono cose che occupavano un posto che ora chiamiamo spazzatura e che tentano di occupare una nuova funzione che non lo sia. La società contemporanea (forse, non solo) permette addirittura che si ricicli qualcosa che non sia mai stata investita di un valore diverso dal trash. È il caso delle starlette che, spinte da mani e piedi sconosciuti, vagano di programma in programma, attraversano reality, talk-show e televendite continuando a risultare inutili e inappropriate, come depilatori per narici troppo potenti per quest’uso che risultano troppo deboli per falciare il prato. Un caso diverso è rappresentato da quello che, nato trash, viene elevato a differente dignità a distanza di tempo, anche di anni. Il fenomeno, spesso spiegato con l’elogio di chi precorre i tempi o dei geni incompresi, è vastamente documentabile nella storia delle arti e della letteratura.

Assodata l’instabilità di questa categoria, si può porre l’interrogativo: è legittimo parlare di trash quando il suo uso è consapevole e valorizzato da uno scopo? È evidente che ogni epoca lo abbia fatto. Per vari motivi. “Gettare merda addosso a qualcuno” non è solo una metafora. L’uso del trash come forma di protesta o dissenso, infatti, è ancora oggi uno degli strumenti più comuni sia nelle sue forme più popolari (come versare il latte per le strade o sputare in faccia all’avversario), sia nelle proposte culturali e artistiche d’avanguardia (dal creare sculture di rottami all’inscatolare i propri escrementi, fino a staccare a morsi la testa di un pipistrello o di un polpo). Con più leggerezza – anche se, a volte, con intenti analoghi – il tentativo dissacrante di chi propone una visione critica o meno seriosa della società passa attraverso il trash riportando, con parodie e caricature, la superiorità umana alle bassezze di un’evoluzione ancora imperfetta.
Qualcuno, poi, sostiene che le vagonate di spazzatura propinate da chi detiene il controllo della società non siano altro che uno strumento di cui quel potere dispone: attraverso la pochezza intellettuale, il cattivo gusto e il continuo rimando a pulsioni primordiali, gli oligarchi del pianeta ci tengono nella morsa di panem et circenses. Ecco, allora, spuntare ovunque, come acne adolescenziale, lotterie e giochi a premi, gratta e vinci, vacanze da sogno, tette, culi e promesse di gloria, assieme a condoni, prestiti, caramelle et cetera.

Si potrebbe, peraltro, estendere la possibilità di etichettatura al più grande e assoluto valore umano: l’uomo nella sua dimensione globale. Negli USA, dove le differenze etniche ed economico-sociali non sono unidirezionali, la locuzione che identifica, soprattutto in alcune aree, i bianchi rozzi e contadini è, non a caso, white trash, ancora un puro appellativo linguistico. Ma ampliando l’orizzonte, come si fa a non considerare trash – guardando con le lenti di occidentali medi – il maggior gruppo umano? Parlo dei miliardi di abitanti di terzo e quarto mondo, dei miserabili abitatori di favelas o, senza allontanarsi troppo, dei milioni di tossici, poveracci e matti delle nostre città. Rifiutati dalla gente che conta, sono pezzetti di spazzatura, monnezza cestinata con poche aspettative di riciclaggio. E ne assumono ogni connotazione: abitano in pattumiere, puzzano e parlano un linguaggio che non condividiamo fino a perdere, decomponendosi, ogni ricordo di umanità.
Si finisce, come ogni cosa che si rispetti, anche qui con la morte. Con un’operazione aritmetica il cui resto è un corpo. Di questo si può dire o no che sia trash. Perché qualcuno vuole conservarlo in sepolture, tombe e catacombe o addirittura mummificarlo perché resti, cimelio inanimato, ricordo di una vita. Qualcun altro preferisce bruciarlo come pattume, o addirittura mangiarlo honoris causa. E poi ci sono morti e morti: Creonte non vuole che si tocchi la salma del traditore, la butta via; i nazisti operano un’accurata operazione di “pulizia” dall’immondizia ebraica, viva o morta; e Padre Pio è in bella mostra perché in vita sarebbe valsa la pena conoscerlo.
Ogni discorso ha motivo di esistere, così come ogni dibattito che di esso si alimenta. Rimanga, tuttavia, la consapevolezza che parliamo perché il linguaggio, con le sue attribuzioni, permette che ciò accada. L’alternativa è trash.


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