Urbanize-Pd: la Street Art a Padova

di Alberto Bullado.

La Street Art arriva a Padova. Non è vero, c’è sempre stata. “Sempre” nell’accezione che si può dare nel caso dell’Italia, un paese nel quale bisogna aspettare la fine degli anni ’80 prima di poter osservare un certo subbuglio creativo, urbano, ribelle, periferico e giovanile proveniente dagli States (già alfabetizzati da 10 anni di urla sui muri). Quindi sono passati circa 20 anni da quando a Padova nasce qualcosa. 20 anni (di colpevole ritardo?) prima che si potesse riconoscere una tale forma d’arte o di comunicazione (al giorno d’oggi sembra impossibile distinguere le due cose che non vogliono mai escludersi a vicenda: fatto a parer mio positivo). Poiché le parole d’ordine di quest’esposizione sembrano proprio essere quelle del: “riconoscimento ufficiale”, della “nobilitazione”, della “promozione”, come se al giorno d’oggi ce ne fosse bisogno. Concetti che, per essere chiari, se rapportati al 2011, stridono di un evidente anacronismo. Ma non è solo questa l’unica contraddizione che sembra trasparire da Urbanize-me Exhibition, così come in qualsiasi altra ipotetica mostra di Street Art contemporanea che proponga il medesimo palinsesto concettuale.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto va detto che Urbanize-me Exhibition non è altro che la conclusione di Urbanize-me, realizzato da Progetto Giovani e dall’Associazione Ologram, nata a Padova nel 2008 e che si propone di divulgare la Street e la Urban Art sul territorio. L’esposizione in Galleria Cavour, uno spazio “ufficiale” di un certo prestigio qui a Padova, vuole rappresentare una sorta di punto di arrivo oltre che una panoramica di quelli che sono stati gli artisti, le crew, i movimenti di uno dei linguaggi artistici più importanti ed influenti dell’arte contemporanea che hanno operato in questa città, all’incirca dall’inizio degli anni ’90 fino ai giorni nostri. Il risultato è una mostra d’arte piuttosto canonica ad opera della curatrice Teresa Iannotta e l’Associazione Ologram che hanno selezionato assieme 38 opere di 20 artisti diversi: Axe, Boogie, Curdo, Dado, Dask, Does, Etnik, Hate, Hemo, Hitnes, Jeos, Joys, Made, Orion, Peeta, Sabe, Yama, Won, Zagor e Zedz.
Tanta roba, difatti la prima impressione è proprio quella dell’accumulo che cerca di surrogare la missione impossibile di rappresentare ciascun percorso artistico individuale. Senza contare il fatto che, come spesso succede in manifestazioni di questo genere, è necessario operare un travaso di una forma d’arte che nasce sulle strade e che in qualche maniera occorre portare all’interno di una galleria d’arte. Urge quindi il compromesso, ovvero l’esposizione di opere che riescono al massimo a suggestionare un certo clima, un certo immaginario, ma che secondo me non sono del tutto ascrivibili alla medesima categoria di cui sopra: c’è infatti da chiedersi quanto senso abbia parlare di una mostra di Street Art popolata per lo più da tele o affini…

Ad ogni modo si tratta della fotografia interessante di una realtà conclamata. L’esposizione cerca di far il punto della situazione di una scena che a mio avviso si trova, come buona parte della Street Art, a fare i conti con una mediazione fino a qualche tempo fa ritenuta impossibile: quella con le istituzioni e la galleria d’arte vista anche come spazio espositivo, ovvero luogo collettore trasversale di opere. In questo modo gli artisti hanno dovuto conciliare il writing con linguaggi e tecniche artistiche molto distanti e per certi versi più tradizionali: pittura, scultura, istallazioni. Sostanzialmente è questo quello che si può trovare alla Galleria Cavour, una sorta di punto d’incontro. Ecco quindi che può capitare di osservare Joys alle prese con un “graffito-bassorilievo”, o ancora con un pannello forellato che riproduce le sue tipiche figure geometriche retroilluminate da led color indaco. Dado che cuce dei maiali in un muro di polistirolo. Peeta che esibisce una scultura in pvc, proprio come Yama che sembra riprodurre la gestualità del writing per mezzo di una “montagna russa” in nylon bianco. Poi c’è Hemo che riproduce e scompone il suo nome decine e decine di volte su una lamiera in metallo. Fino ad arrivare ai ritrattini in acquerello di Hitnes che riproduce uccelli, pesci, animali su pagine ingiallite di libri. L’anima ribelle viene restituita dai ritratti di Hate e dalla tela in bianco e nero di Dask che raffigura giovani manifestanti incappucciati. Questo per offrire un velocissimo resoconto.


Vedi una carellata di immagini qui (da Sherwood.it)


Ad ogni modo prevale la retrospettiva. Uno sguardo più rivolto al passato che al futuro e che per certi versi si potrebbe interpretare come una sorta di implicito requiem: il bisogno di cristallizzare una storia per poterla raccontare a posteriori. Un qualcosa che in questo modo muore e si antologizza (un problema piuttosto serio quello della conservazione/sedimentazione della memoria nell’era postmoderna: un modo ingentilito per parlare di tassidermia culturale). Se l’intento dell’esposizione sembra essere quello divulgativo – non dimentichiamoci che malgrado l’enorme successo la Street Art rimane tuttora un oggetto sconosciuto alla massa, soprattutto in Italia – sarebbe stato forse più opportuno ricostruire in modo più interessante, accurato ed approfondito quella che è stata la storia delle crew e dei movimenti patavini. A mio avviso è mancata questa narrazione, un qualcosa che avrebbe assunto, è bene dirlo senza ipocrisia, anche un determinato valore politico, un aspetto sicuramente preponderante di queste realtà. Pensateci: le istituzioni che si impegnano di dare spazio ad una storia con un passato antisociale e che ha attraversato realtà e momenti di scontro, di opposizioni culturali e sociali, anche piuttosto forti, dai cortocircuiti ideologici all’opposizione legalità-illegalità, tolleranza-persecuzione. Il superamento di queste logiche, l’abbattimento di queste barriere, sarebbero stati dei veri elementi di rottura, di novità, di originalità rispetto allo status quo. Quindi non solo riconoscere, nobilitare, promuovere l’aspetto “mainstream” della Street Art e delle sue forme espressive parallele (opere “da galleria d’arte”, tanto per intenderci) per il semplice motivo che tutto ciò è avvenuto a livello internazionale (e quindi cercare il corrispettivo locale da valorizzare) ma anche quel passato fatto di rabbia e cemento che ha preceduto quell’istituzionalizzazione che comunque è già avvenuta 10-20 anni fa e che ci è già stata raccontata. Questo non è stato fatto probabilmente perché è prevalso l’interesse di promuovere il lato pop del movimento, il suo, pur sempre interessante, ultimo stadio evolutivo, ripeto, conformandosi ad una tendenza che sembra essere un refrain che appartiene alla critica d’arte degli ultimi anni. La storia è stata invece relegata a tre pannelli descrittivi piuttosto didascalici e stringati ai quali si aggiunge un’illustrazione che cerca di dare una panoramica geografica della storia della Street Art padovana per mezzo di una mappa di una metropolitana virtuale, le cui fermate coincidono con luoghi e momenti cruciali del movimento (per la verità un escamotage grafico, anche questo, già visto, ma comunque intelligente). Oltre a questo un angolo – poco fruibile in caso di grande affluenza di gente, come, per l’appunto, durante l’inaugurazione – nel quale è possibile sfogliare raccoglitori di foto di repertorio nelle quali sono ritratti muri e graffiti.

In questo modo risulta comunque difficile conoscere davvero la storia dei singoli protagonisti, così come delle crew, delle loro particolarità, delle loro rispettive identità. Che ne è dei volti di quei ragazzi e del loro spirito d’iniziativa? Che ne è stato dei Padova Special Breakers, dell’Escuela Antigua Disciples, dei Distretto Est, dei Last Action Heroes, dei KSN, dei Sotto Pressione Costante, degli Anty Gravità Worlds, dei True Vandals e delle edizioni patavine del Meeting of Styles, evento di enorme importanza per la cultura street ed hip hop? E che dire della storia dei punti di ritrovo storici come le Banche e Galleria Borromeo dove ci si riuniva anche per fare dello skate o della break dance, per non parlare dei singoli quartieri, Guizza, Sacra Famiglia, Montà, Arcella, Chiesanuova, Brentella, Altichiero? Possiamo almeno aspettarci la pubblicazione di un catalogo che possa restituire giustizia anche allo spirito originario del movimento sul nostro territorio?

Un evento che ho trovato nel complesso importante per tutta una serie di implicazioni ma anche piuttosto “sussidiario”, in una forma probabilmente prevedibile e che nulla aggiunge a quanto non solo si è già visto ma che si è già detto. L’impressione è che la storia della Street Art padovana, le sue passioni, le sue sinergie, i suoi protagonisti, le sue dinamiche (anche quelle più politicamente “scomode”) potessero trovare uno spazio, una valorizzazione, una dimensione più consona. Insomma, meritare non qualcosa di più ma di diverso. Mentre Urbanize-me Exhibition si limita sostanzialmente a ritrarre quella mediazione che la Street Art, un po’ per forza maggiore, un po’ per una fisiologica evoluzione espressiva (commistioni con altri linguaggi e tecniche artistiche), si è ritrovata ad interpretare per poter essere fruita anche a livello museale. È proprio questo un passaggio fondamentale: il luogo, che nel caso della Street Art non funge solo da cornice o da retroterra identitario, ma anche da elemento propedeutico per poter innescare una determinata dialettica che è esclusiva nel caso della Street Art stessa. In poche parole questa forma d’arte di strada sembra in questo caso voler rinunciare al suo elemento più caratterizzante, ovvero ciò che l’ha resa veramente unica. In questo modo viene parallelamente meno il carattere collettivo, il cosiddetto “romanzo globale urbano”, per valorizzare l’aspetto autoriale di un’opera, e quindi del singolo: “io veterano del cemento ora espongo anche in una galleria d’arte”. Una nuova consapevolezza, quindi, un’attitudine che di street ha ben poco se non il fatto di riportare un campionario di stili e simboli da reinterpretare a piacimento usando nuovi mezzi espressivi. A questo punto si potrebbe arrivare a dire che questa non è più Street Art ma un qualcosa d’altro e posteriore, una nuova, godibilissima e legittimissima forma d’arte, o se vogliamo, una nuova interpretazione di un medesimo corpus di immagini che per una qualche ragione si ritiene implicitamente passato. Ecco quindi che torna l’idea di un trapasso.
Ma senza voler dare una lettura esageratamente critica a Urbanize-me è opportuno rimarcare il fatto che non si tratta di un evento limitato alla sola esposizione. Infatti sono stati organizzati seminari e tavole rotonde nel quale si potranno approfondire nuovi argomenti. Inoltre la mostra avrà una rappresentanza a Vicenza, al Misael Project.

MORE INFO:

Urbanize-me Exhibition.

Padova – Galleria Cavour, Piazza Cavour dal 15 ottobre al 20 novembre.
Orari: tutti i giorni 10:00 – 13:00 / 16:00 – 19:00. Lunedì chiuso.

Ingresso libero.

Vicenza – Misael Project, Galleria Porti 3 dal 21 ottobre al
Orari: 9:30 – 12:30 / 15:30 – 19:30. Lunedì mattina e domenica chiuso.

Ingresso libero.

Seminari:

Dado, 25 ottobre 2011 ore 17:30
Hitnes, 8 novembre 2011 ore 17:30
Palazzo Liviano, Piazza Capitaniato Padova

Tavola Rotonda – l’arte del writing

Fabiola Naldi, Teresa Iannotta, Associazione Ologram, Progetto Picturin.
Modera Guido Bartorelli
18 novembre ore 17:00, Galleria Cavour, Piazza Cavour, Padova.


 

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One Response to “Urbanize-Pd: la Street Art a Padova”
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  1. […] che il Comune sta offrendo alla cittadinanza (è solo di qualche giorno fa l’inaugurazione di Urbanize-Me exhibition in Galleria Cavour), Nuovi Segnali porta l’esperienza artistica direttamente tra gli studenti, […]



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