L’ULTIMO POETA – Addio ad Andrea Zanzotto

di Tommaso De Beni.

«Che cos’ha capito della vita?» Gli si chiedeva una settimana fa, in occasione del suo novantesimo compleanno. «Niente», rispondeva il poeta, con la sicurezza di chi sa di dire un’ovvietà. «Non basterebbero novecento anni», diceva, «per capire qualcosa della vita». Oggi ci lascia un uomo appartenente alla generazione degli anni Venti, quella di Calvino, Volponi, Fortini, Pasolini. Una generazione che ha visto e vissuto sulla propria pelle la mutazione antropologica dell’Italia, ritrovatasi a passare da Paese agricolo a industriale e post-industriale nel giro di pochi decenni. Se ne va uno degli esponenti della cosiddetta “quarta generazione” di poeti del Novecento. Oggi perdiamo forse l’ultima grande voce lirica (anche se la voce fisica del poeta era ormai ridotta a flebile sussurro) del XX secolo, capace di rinnovare le proprie forme e di proporre una varietà di strumenti e linguaggi straordinaria, paragonabile forse solo al grande Luzi. Appena una settimana fa si celebrava e incensava Zanzotto  per i suoi novant’anni. Pare che il poeta, da tempo malato, abbia voluto aspettare di raggiungere questa soglia, trascorso il primo decennio degli anni Duemila, prima di lasciarci, come a dire: «adesso vedetevela voi». Così la notizia della sua scomparsa si inserisce in una caotica trafila di eventi nazionali e internazionali che ci parlano di crisi economiche, inquinamento, guerre, processi e laceranti conflitti sociali e politici. Tutti fatti destinati a coprire con il loro clamore la lieve e garbata dipartita di un uomo di altri tempi, che però sapeva inseguire la corsa del tempo ed adattarvisi.  Durante i festeggiamenti per il suo compleanno, per esempio, era più interessato alle nuove scoperte sui neutrini piuttosto che agli incensamenti.

Andrea Zanzotto nasce a Pieve di Soligo, un paesetto sull’altipiano trevigiano, nel 1921. A sedici anni inizia già ad insegnare; nel 1942 si laurea in Lettere a Padova, dove ha per maestro un altro grande poeta veneto, Diego Valeri. La sua prima raccolta poetica è del 1951 ed ha un titolo molto significativo, Dietro il paesaggio, che anticipa quello che sarà un tema (ed anche un motivo di battaglie civili) molto caro e presente a Zanzotto sia nelle poesie, sia negli interventi pubblici. Le prime raccolte vedono il poeta isolato non solo fisicamente, nella sua provincia veneta, ma anche poeticamente: rappresenta infatti un raro e originalissimo caso di epigonismo rispetto alla corrente ermetica. La svolta avviene con la pubblicazione de La Beltà, nel 1968, anno di rivolte e sconvolgimenti. Anche il linguaggio viene sconvolto in questa raccolta, che evidenzia una forte frattura tra significante e significato. Il poeta trevigiano a quest’altezza balza all’attenzione della critica e viene riconosciuto come uno dei più grandi esponenti della “quarta generazione”. Le raccolte successive  proseguono la svolta avviata dal «grande poema freudiano-lacaniano» (cito dal cappello introduttivo di Pier Vincenzo Mengaldo nella sua celebre antologia dei Poeti italiani del Novecento). Interessantissimo è l’approccio di Zanzotto al dialetto; da lui infatti ci si potrebbe aspettare una immediata prosecuzione della grande poesia dialettale del Nord-est, da Giotti a Noventa. Egli invece, dopo alcune raccolte molto auliche e ricercate, mette in atto sulla pagina un corto circuito semantico e grammaticale che lo avvicina alle neoavanguardie che operano nei grandi centri culturali italiani, come Milano o Roma.  La scrittura dialettale arriva tardi, nel 1976, quando il poeta scrive le poesie per il Casanova di Fellini in una koiné veneta, raccolte nell’opera Filò assieme a componimenti scritti in petél, cioè nel dialetto solighese, il quale si configura quindi come una lingua madre originaria e primordiale alla quale il poeta ritorna non all’inizio della sua attività, ma nella sua piena maturazione. Nel 1980 e 1983 torna a collaborare con Fellini per i film La città delle donne e E la nave va.  Zanzotto ha scritto anche racconti (Sull’altopiano, 1964), saggi critici, traduzioni, e si è distinto per i suoi interventi nella vita pubblica. La preoccupazione per la perdita di identità del paesaggio (testimoniata dalle recenti raccolte Sovrimpressioni, del 2001 e Conglomerati, del 2009) e l’opposizione all’uso strumentale delle tradizioni da parte del partito della Lega Nord, uno degli argomenti del lucidissimo colloquio del 2008 con Marzio Breda, sono tra le sue battaglie più note.

Se novant’anni non bastano per capire la vita, come ha detto Zanzotto nella sua ultima intervista, almeno il ricordo dei suoi scritti e della sua figura possono essere un aiuto.

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