La legge di Fonzi – Omar Di Monopoli

di Antonio Lauriola.

Quando, da ragazzo, trascorrevo intere giornate a vagare per le vie di una piccola cittadina sul Gargano, o scampagnavo nei suoi dintorni, soffrivo spesso la distorsione percettiva dell’appassionato di cinema e di letteratura: quei luoghi, così mediterranei, sembravano set di storie d’oltreoceano che potevano, all’occasione, risultare buoni per sceneggiature di gangster anni ’30, di serie alla Dukes of Hazzard o di satire demenziali in stile South Park. Perché nei paesi – nel Meridione, forse, con maggior evidenza che altrove – gli stereotipi si incarnano in veri e propri archetipi confinando molte persone in strutture da personaggio.

Omar Di Monopoli ne ha fatto un’arte con una trilogia pubblicata da Isbn: Uomini e cani (2007), Ferro e fuoco (2008) e La legge di Fonzi (2010). Tre storie, tutte ambientate nel tacco speronato dello Stivale, accomunate da uno stile unico suggerito dagli stilemi di una prospettiva di genere, lo spaghetti western.
La legge di Fonzi
, ultimo romanzo dell’autore pugliese, è una pellicola sovresposta da godere nella pace di un cinema di paese. Ci si guardi bene, però, dal tradimento di banali aspettative perché il suo linguaggio è d’essai.
Un campo lungo sulla campagna pugliese tra Taranto e Brindisi introduce il lettore nell’atmosfera da prateria di un territorio arso, brullo ma animato dai suoni poco distanti delle numerose strade che uniscono i due capoluoghi. Quando il rumore penetrante di uno scooter infrange il silenzio, il campo si restringe mentre il centauro entra scena. Stacco. Sullo sfondo di un rudere industriale, le gambe del ragazzo tengono ferma una tanica di benzina davanti al sellone. Bestemmie, sigaretta e attesa. Poi arriva il socio.

Pisso, il primo, e Giordano, il compare, sono due giovani ladri d’auto che tra loro si chiamano camerati e lavorano per Skùppetta, il capo della malavita locale, sfasciacarrozze violento e accanito amatore di film porno che vive in una roulotte fatiscente tra le carcasse dei veicoli. È cugino di Nando Pentecoste, il vecchio boss da tutti conosciuto come Manicomio, che sta scontando cinque anni di reclusione per l’omicidio di un ispettore di Bari. Questi, dicono le voci, aveva espresso apprezzamenti poco consoni alla compagna di Manicomio – una formosa cartomante rimasta sola col figlio dopo la fuga del marito in Germania – ma era in paese per i lavori di costruzione del nuovo santuario dell’Opera di Santa Brigida. Su un terreno donato dal comune, la fabbrica aveva destato le polemiche di tanta stampa locale per la sua vicinanza con la falda acquifera e la coincidenza di riflussi melmosi nelle zone limitrofe, con particolare danno per l’abitazione di una vecchia e suo cognato.

Villa. Interno. Fuori campo, voci di bambini e tuffi d’acqua. Angolando dall’alto, l’inquadratura mostra Gerardo Santilli, il sindaco di Monte Svevo, allentare la cintura allontanandosi leggermente con la sedia dalla tavola coi piatti svuotati. Si accende un sigaro e un piano sequenza segue, per un istante, sua moglie sculettare verso la cucina prima di tornare per inquadrare i commensali: un prete, il parroco di Santa Brigida, siede satollo dietro i vetri dei suoi occhialini di corno; l’anziano al suo fianco, coi baffetti che gli spazzolano il labbro, è l’ingegnere comunale; apparentemente fuori luogo, c’è pure il suo giovane portaborse. Si parla della Giostra Medievale che quest’anno vanterà una guest star che i vicini invidieranno: il mascellone di Ronn Moss, il Ridge di Beautiful. Ci si scambiano complimenti. La m.d.p. pare allontanarsi, indicando l’uscita. Poi esita. Incrocia nel suo campo la rumena di casa Santilli che discretamente va a sparecchiare. Fuori campo la moglie del sindaco chiama a viva voce il suo nome. È inquadrata. Alle sue spalle, sul fondo del giardino incorniciato dalla finestra, la vettura del commissario è ferma al cancello.

Enzo, panciuto dirigente delle forze dell’ordine, porta la notizia del ritorno in città di Giovanni Pentecoste – Fonzi, per i locali – il fratello minore di Nando, uno strano tipo con barba e capelli alla Gesù Cristo che si porta dietro uno spinone cencioso. E, a breve, Manicomio uscirà di prigione: sindaco, ingegnere e parroco temono le conseguenze in uno stato d’ansia mal celato; Skùppetta e i suoi tirapiedi ostentano una sicurezza superba; Giordano e Pisso devono decidere da che parte stare.
Cosa spaventa così tanto le autorità legate alla costruzione del nuovo santuario? E lo sfasciacarrozze? Perché Fonzi è tornato in paese, nella casa che fu di suo padre?
Tresche politiche, interessi mafiosi e speranze di un futuro inedito si fondono nel romanzo di Omar Di Monopoli. I delitti veri, i morti, non sono tanti ma la violenza intride ogni pagina del libro nascondendosi, a volte, dietro i caratteri di una scrittura ricercata che mescola arcaismi, parole dotte e dialettismi, mentre esplode, quasi sempre, nei dialoghi secchi e mimetici del dialetto locale.
Gli stereotipi e gli archetipi, si diceva. Qui l’autore disegna personaggi perfettamente ascrivibili alla generalizzazione, soprattutto nelle figure istituzionali – tra le quali faremmo rientrare anche lo sfasciacarrozze, malavitoso-tipo di quegli ambienti – che rispettano tutti i cliché dell’immaginario comune: auto lussuose, scrupoli e morale sacrificati in nome dell’ambizione, legami col malaffare, ecc.
Ma, da questa palude di gente-personaggio, emergono due ritratti che sfuggono la propria identità. Uno, il giovane Pisso, soffre il peso del ruolo e lotta fino all’ultima pagina per sfuggirgli e comportarsi da uomo; l’altro è Giovanni “Fonzi” Pentecoste, intrusione quasi fumettistica che, come un Messia suburbano, prova a scrivere la sua legge tra la gente del paese.
Ben distante dalla proposta documentaristica del Gomorra di Saviano, Omar Di Monopoli narra di una terra piagata da un reale selvaggio che supera le denominazioni, i clan e i loro capi, gli individui, i loro nomi. Lo fa con uno stile che nulla ha da invidiare al Camilleri di Vigata e coinvolge il lettore fino all’ultima, irrisolta pagina.

Quando il nonno tornò a casa sembrava completamente fuso. Bianco in faccia, tartagliava frasi a cazzo. Io non tenevo manco dodici anni. Lo misero a letto e lui, con la voce a un filo, mentre papà telefonava al dottore, mi fece segno di raggiungerlo e mi raccontò senza fiato questa storia. Io non l’ho detta mai a nessuno prima di mo’… E forse è bene che ve la dimentichiate pure voi.


Omar Di Monopoli è stato ospite di SugarPulp Festival.
Qui la notizia del suo intervento.
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  1. […] pubblicato la trilogia-western di sapore meridionale: Uomini e cani (2008), Ferro e fuoco (2009), La legge di Fonzi (2010). Per chi non lo conoscesse, basta spulciare in rete per confermare l’impressione che si […]



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