Due ore di lucidità: la confessione

di Viviana Minori.

Spesso si sceglie qualcosa (oggetti, persone, luoghi) a seconda delle vibrazioni che queste ci inviano; è un sentire particolare quello che ci permette di scegliere, decidere, catturare. E il discorso vale anche per la lettura: spesso ho scelto un libro a seconda della copertina. Certo, il risultato non è garantito, ma vale la pena provare. Cosi nasce la mia avventura con Due ore di lucidità, una conversazione con Noam Chomsky dal carattere estremamente pungente e realista.

L’intervista, curata da Denis Robert e Weronika Zarachowicz, tocca diverse argomentazioni, tutte caratterizzate dal rapporto occidente-popolazione. Noam Chomsky, oltre ad essere uno dei linguisti contemporanei più importanti –sicuramente il più famoso–  è l’icona della controcultura, convinto fautore dell’informazione che va al di là dei canali convenzionali e delle élite dominanti; è, inoltre, un attento osservatore del mondo. Forse sembrerà azzardato presentare il profilo di una personalità che diversi anni fa, precisamente nel 1979,  venne coinvolto nel famoso affaire Faurisson, che gli costò molto, soprattutto in Francia. L’evento a cui mi riferisco è quello che coinvolse il famoso linguista nella polemica nata contro il professore universitario lionese, destituito dalla cattedra di Letteratura in quanto accusato di revisionismo storico, mettendo in dubbio l’Olocausto e quindi l’uso delle camere a gas da parte dell’esercito nazista. Nello stesso anno Chomsky fu chiamato a firmare la petizione che, successivamente, venne ribattezzata dalla stampa francese “petizione Chomsky”. Il professore afferma, però, che egli firmò convinto che la libertà di espressione delle opinioni personale sia fondamentale e che questo non sia una conseguenza dell’appoggio incondizionato all’argomento che si decide di difendere. Insomma la tesi è: io firmo per la vostra libertà d’espressione, non per i vostri contenuti! Dicevamo azzardata l’idea di presentare il linguista americano, ma non fino in fondo, visto che l’intento che qui vorrei centrare non è quello di parlare della biografia del militante ma quello, ben più interessante, di presentare una voce fuori dal coro.

Faurisson dopo l'aggressione fisica subita nel 1989. Fu aggredito per le sue idee revisioniste.dal coro.

Certamente è difficile rimanere sordi agli attacchi e ai vari incoraggiamenti di autodifesa intellettuale, all’importanza della comprensione dei meccanismi della fabbrica del consenso e a tutto ciò che spesso non viene dato voce perché scomodo. Partendo dal ruolo che gli intellettuali hanno, o dovrebbero avere, all’interno della società possiamo riflettere ed arrivare a delle conclusioni del tutto personali: “in realtà – da millenni ormai – il ruolo degli intellettuali consiste nel fare in modo che la gente sia passiva, ubbidiente, ignorante e programmata. Ralph Waldo Emerson, il grande saggista e filosofo americano dell’Ottocento, diceva: dobbiamo educare il popolo perché non ci sgozzi”.

È con questa frase, forse meglio dire una dichiarazione d’intenti, che lo studioso esordisce nel testo. La cultura dominante non è sempre la cultura per eccellenza, non è sempre depositaria di verità; da qui deve nascere la vera informazione attraverso media alternativi. Certamente una grande novità è rappresentata da internet, che come sappiamo ha giocato, e gioca ancora ad oggi, un ruolo di primo piano nei Paesi che godono di scarsa autonomia democratica. Così è stato per le recenti rivolte del Nord Africa, ma il pensiero potrebbe andare anche ai paesi chiamati civili, nei quali chi vuole avere accesso ad una libera informazione (anche in assenza di una vera e propria censura, spesso la paura è quella di infastidire qualche lobby o qualche personaggio di spicco della politica), deve fare uso di canali diversi, alternativi.

Ma non solo i media: anche i governi e gli uomini di potere, dice Chomsky, giocano sporco, e se pensiamo al potere automaticamente si pensa ai soldi. Il modello industriale e commerciale moderno è quello che fonda le proprie basi sul capitalismo, sui capitali finanziari che, indisturbati, accrescono i loro giganteschi profitti; ma anche in questo caso il giudizio del linguista è spiazzante: il capitalismo non esiste! Chomsky afferma che “siamo in presenza di un’economia divisa tra un enorme settore pubblico che si assume collettivamente i costi e i rischi, e un enorme settore privato in mano a istituzioni totalitarie. Non si tratta di capitalismo”.

Insomma, siamo stati per decenni convinti che l’economia di mercato sia libera (intendo a livello concorrenziale), mentre spesso troviamo dei richiami ad una vita anticapitalista: vivete di ciò che la terra vi offre, cercate di disintossicarvi da tutta questa tecnologia e pensate al vostro

Noam Chomsky

microcosmo come l’unico vivibile; se poi avete la fidanzata dall’altra parte del mondo vorrà dire che non era destino: mogli e buoi dei paesi tuoi recita un noto detto popolare. I mercati finanziari sono stati deregolamentati e questa deregulation sarebbe la causa delle crisi economiche che ormai si propongono ciclicamente da una parte all’altra dell’emisfero, comportando nella popolazione panico e senso di incertezza: a questo punterebbero i governi per attuare manovre giustificabili solo con situazioni di emergenza. La critica mossa non risparmia nessuno; quella che parla è la mente di un uomo che non accetta condizionamenti e che crede nelle potenzialità critiche di ognuno. Non sta certo scrivendo un trattato di economia, Chomsky, ma il suo intento è quello di ricordare che la migliore arma è la conoscenza, l’informazione e la possibilità di espressione nelle decisioni che vengono prese al di sopra delle nostre teste.

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