Nuovi Segnali 2011 – Terza Settimana. L’agio del disagio

Nuovi Segnali 2011 – Terza Settimana. L’agio del disagio
di Alberto Bullado.

 

Nuovi Segnali 2011 arriva al suo terzo appuntamento e lo fa presentando tre artisti emergenti selezionati dall’archivio GAI (Giovani Artisti Italiani). Alice Tioli, Ester Baruffaldi, Francesco Grani, curati ed introdotti rispettivamente da Francesca Vignato, Elisa Benetti e Fabrizio Dante, affronteranno il tema del disagio. Questo quello che leggo dal comunicato stampa giunto via mail, quel genere di dispaccio che in occasioni simili ti dice tutto tranne cosa ti dovrai materialmente aspettare: tele, fotografie, sculture, installazioni? Fortunatamente precedo l’affollamento che di lì a poco riempirà gli ambienti della mensa San Francesco per potermi dedicare ad una rassegna preliminare delle opere che rimarranno esposte fino al 9 novembre.

Alice Tioli, La bambina della casa, a cura di Francesca Vignato

Due tele e due composizioni a tecnica mista. Memorabilie trash, psichedelia cromatica e nudità anoressiche. Alice Tioli arriva ad oggettivare un malessere attraverso quattro opere esplicite eppure all’apparenza ingannevoli. La vivacità del colore è solo un menzogna che rispecchia quella di un mondo nel quale si cela l’orrore della solitudine e della marcescenza individuale, restituita mediante lo sguardo crudele di una Isabelle Caro prossima alla morte (tutti la ricordiamo, nuda e scarna, nelle inclementi gigantografie di una nota pubblicità firmata da Oliviero Toscani) e che ricorda inevitabilmente il tratto scheletrico e spezzato di Schiele, dissimulato tra nuvole di tinte accese e stranianti. L’artista possiede una linea consapevole, un disegno accurato e deciso come hanno potuto osservare ed apprezzare coloro che hanno inoltre sfogliato il book presente in sala, ricco, tra le altre cose, di pregevoli illustrazioni. Un’anticipazione di quello che sarà il linguaggio nel quale verranno creati due micromondi posti al centro dell’esposizione e dell’attenzione ai particolari dell’autrice. In questo caso abbiamo a che fare con due piccole nicchie nelle quali sono inscatolati due veri e propri ritratti di una società bulimica ma popolata da individui denutriti (“mangiami ti prego”, “ingoiami per favore” sono i mantra maniacali che incorniciano l’inquadratura dello scorcio). Collage di piccoli oggetti, foto e disegni che sono mementi di una collettività e di un immaginario tossici ma che sanno ben nascondere la propria fatiscenza tramite l’eterno inganno della rappresentazione che confonde la realtà con l’apparenza e la verità con l’artefatto. Due mini reality show – posti  in modo da creare un inevitabile legame con la televisione in sala – che Alice Tioli considera testimoni di un mondo fossilizzato (e fossilizzante) di apparente benessere. Due opere piccole e claustrofobiche, irte di dettagli, che richiedono un approccio necessariamente contemplativo e riflessivo utile a cogliere tutte le insidie di quella trappola frenetica e sovraffollata di simboli orgiastici che è il nostro mondo. Una realtà assordata da chiassose inquietudini, tanto denunciate dall’arte quanto affogate nel silenzio di un’omertosa incomunicabilità interpersonale.

Ester Baruffaldi, La famiglia del Mulino Bianco non esiste, a cura di Elisa Benetti

Otto scatti analogici. Quattro famiglie. Quattro cucine. Scriveva Proust: «Riceviamo dalla nostra famiglia così le idee di cui viviamo come la malattia di cui moriremo». Ester Baruffaldi sembra voler porre al centro della sua opera proprio l’ambiguità ontologica della famiglia, patria del cuore e alienazione, nido e prigione, utero ed esilio. Domicilio genetico ed alveo di valori fondanti ma che nel contempo fungono da coagulo di nevrosi sociali ed individuali. Ovvero quell’istinto di preservazione insito nella matrice antropologica di una cultura che interpreta la tradizione per mezzo di una famiglia come pedissequa guida assistenziale/esistenziale: “sii ciò che sono stati gli altri prima di te”. L’artista adotta uno sguardo sarcastico e straniante, procedendo mediante uno svelamento insolito ed antiretorico: le famiglie, in posa foto-ricordo, sono ritratte di spalle. Affiancate ad esse vi sono le rispettive cucine, focolari (spenti?) di un’anima sfuggente, strumento di conoscenza e rappresentazione di un nucleo umano silenzioso ed autarchico. Mi sembra chiara la distinzione/disposizione degli otto ritratti (poiché anche gli scatti delle cucine si possono considerare dei ritratti dei famigliari in absentia) accostate alle rispettive famiglie: da una parte delle stanze vuote, dall’altra animate da un quieto caos. Accoppiamenti che producono giochi e rimandi in un alternarsi tra pieni e vuoti, accumulazione e rarefazione. Le persone sono presenze invisibili, fantasmi testimoniati da oggetti, dalla loro disposizione, o dalla chirurgica ed anonima pulizia degli ambienti spogliati di qualsiasi connotazione umana. Immagini che possiedono pathos, che producono emotività, e che preferiscono l’inesattezza formale (inquadrature fuori bolla, poca luce, asimmetrie) ad una composizione complessiva maggiormente studiata (adozione di un’inquadratura, di un punto di vista, di una prospettiva comuni e quindi più marcati e caratterizzanti).

Francesco Grani, Elogio della relazione, a cura di Fabrizio Dante

Di tutte le opere esposte, l’istallazione site-specific di Francesco Grani è quella meno immediata e che demanda la sua comprensione non ala fruizione in sé ma alla riflessione concettuale che vi sta alle spalle. L’opera consiste in pannelli di polistirolo che separano l’addetto della mensa e lo studente, il quale è costretto a interagire per mezzo di un riquadro ricavato dal pannello stesso. Un accorgimento che ricalca la struttura delle mense popolari nelle quali l’artista si è calato comprendendone la logica, opposta a quella della mensa universitaria, più conciliante ma nello stesso tempo più dispersiva e che risponde ad una strategia di consumo ben determinata, improntata nella velocità, nell’ottimizzazione dei tempi, a discapito della comunicazione. Paradossalmente l’occlusione dello spazio preferita all’open space, ed una gestione meno accorta e confortevole dell’ambiente (assenza di un menù all’ingresso, l’impossibilità di osservare oltre il riquadro occupato dal mezzo busto dell’inserviente per sapere quali cibi possono essere serviti) favoriscono la comunicazione che invece viene evitata in contesti apparentemente più liberi. Alla base dell’opera di Francesco vi è quindi una concezione secondo la quale il contesto influenza il linguaggio; di conseguenza l’artista, per influire sul linguaggio e sullo scambio, agisce materialmente sul contesto. Un ribaltamento prospettico che prevede una riflessione a 360° che coinvolge l’uomo, il suo ambiente e le sue interazioni sociali.

Le opere che fanno parte di questa esposizione testimoniano l’esistenza di uno sguardo, di un’arte che ci guarda dentro, che fotografa un malessere sottile ma solido, più che inavvertibile indicibile, inconfessabile e per queste ragioni maggiormente vischioso. Le opere di quest’esposizione fungono come esperienza di scoperta, operano nell’ottica di un revisionismo della (in)felicità, della struttura e del ragionamento sociale.
In un modo o nell’altro gli artisti giungono ad esprimere il proprio messaggio tramite un processo di contraddizione, una poetica comune che sta alla base di un determinato fare artistico che tende a svelare l’alienazione, straniare ma non estradare l’osservatore costretto a misurarsi con la sua stessa ombra, con il paradosso del suo tempo: ovvero l’agio del disagio, goduto solamente da una società come la nostra, la quale, creando il benessere, ha allo stesso modo inventato il malessere.
Ma il disagio, in questa esposizione, possiede un secondo valore ambivalente. Da una parte il disagio come provocazione, come sollecitazione indotta nell’animo del fruitore. Dall’altra il disagio come premessa, come innesco artistico, ovvero quello dell’artista stesso, individuo sensibile e senziente, espresso senza difficoltà mediante l’opera d’arte stessa. Un disagio, quindi, che prelude una maturazione, una riflessione e quindi una visione consapevole della realtà. Probabilmente un passaggio obbligato per qualsiasi artista o comunicatore. Un cerchio che si chiude.

NUOVI SEGNALI 2011
20 giovani curatori per 20 artisti emergenti
un progetto di Guido Bartorelli, Giovanni Bianchi e Stefania Schiavon
RistorEsu San Francesco
via San Francesco 122, Padova
Mostre visitabili negli orari di apertura della mensa
Dal 19 ottobre al 30 novembre
Ingresso libero

19 ottobre – 26 ottobre
Serena Pea a cura di Chiara Gabellotto
Sofia Battisti a cura di Tiziano Rizzi
Valeria Giordano a cura di Elisa Beraldo
Francesca Bellussi a cura di Giorgia Costenaro

26 ottobre – 2 novembre (rinviata al 30 novembre)
Maria Tomasello a cura di Serena Russo
Michele Rongaroli a cura di Valeria Venturin
Giorgia Oregio Catelan a cura di Sofia Stefani

2 novembre – 9 novembre
Alice Tioli a cura di Francesca Vignato
Francesco Grani a cura di Fabrizio Dante
ester Baruffaldi a cura di Elisa Benetti

9 novembre – 16 novembre
Anastasia Moro a cura di Gioia Nicoletti
Giulio Escalona a cura di Nicole Cardin
Sonja Lemke a cura di Anna Sapio

16 novembre – 23 novembre
Valentina Corradi a cura di Paolo Radin
Livia Caputo  cura di Patrizia Capovilla
Diego Boischio a cura di Simona Crescione

23 novembre – 30 novembre
Matteo Mariotto a cura di Francesca Borghesi
Lorenzo Mazzi a cura di Sabina Bassetto
Lara Monica Costa a cura di Luca Broglia
Luca Lunardi a cura di Lucia Pinzani

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