Philip Roth – Nemesi

di Tommaso De Beni.

La ricezione italiana dell’opera di Philip Roth è simile a quella di José Saramago. Entrambi infatti esordiscono già negli anni ’50, ma nel nostro Paese vengono tradotti e considerati solo molti anni dopo. A leggere la quarta di copertina di ogni libro di Roth sembrerebbe per esempio che Pastorale americana, scritto nel 1997 e tradotto da noi l’anno dopo (stavolta quindi con puntalità) sia il suo primo libro. Dopo tredici anni questo romanzo continua ad essere ricordato come grande esempio di realismo americano e di resistenza alla de-realizzazione massmediatica. Ciò che consacra attualmente questo scrittore è infatti, a mio avviso, il fatto di essere un raro esempio di autore realista nell’età del postmoderno. Nel frattempo, dopo Pastorale Americana, Philip Roth ha pubblicato molti altri romanzi e si è definitivamente affermato e confermato  come  bravissimo scrittore e  maestro vivente. Abile nella ricostruzione storica, ha anche il merito di inserire nelle sue opere caratteristiche della modernità che sembravano perdute o cancellate. Mette in scena drammi storici o quotidiani e presenta personaggi grotteschi, dimostrandosi capace di modulare la voce dal grido di disperazione alla risata. Ci si potrebbe chiedere se gli scrittori più giovani siano alla sua altezza, se abbiano almeno la stessa (o quantomeno simile) capacità di raccontare la realtà, soprattutto quella contemporanea (nel caso di una risposta positiva, che è anche possibile, temo che tali autori, europei o americani o di altri continenti e aree geografiche, si potrebbero contare sulla punta delle dita) o se tentativi di applicare categorie del moderno alla situazione attuale siano possibili solo da parte di autori nati prima degli anni ’50 (Roth è del ’33, De Lillo del ’36, Mc Carthy del ’33, Paul Auster del ’47).

Nemesi è un romanzo breve, come Indignazione, L’umiliazione ed Everyman. In tutte queste opere c’è un protagonista che viene messo di fronte a una o più scelte per chiedersi poi quanto le sue decisioni abbiano influito sul corso degli eventi. In Nemesi l’angoscia dell’individuo di fronte ai drammi della vita e della storia, dell’individuo alle prese con il senso di impotenza ed inferiorità rispetto a quelle che sembrano essere forze superiori misteriose e incontrollabili (Dio, il destino, il caso) sfocia in una straordinaria riflessione finale sul senso di colpa, sulla presenza e sulla natura del divino. A Newark, nell’estate del 1944, il quartiere ebraico di Weequahic vive una doppia tragedia: quella della guerra e quella dell’epidemia di poliomelite. Entrambe vanno a colpire la meglio gioventù americana. Un ragazzo sopravvissuto alla malattia racconta la storia di Bucky Cantor, eroico professore di ginnastica ed allenatore dei ragazzi del campo estivo. Scartato dal servizio militare per problemi alla vista, egli vive il suo lavoro come una missione. Il sogno americano viene messo in discussione, o quantomeno chiede un prezzo molto alto: un giovane  ebreo non può aiutare la sua nazione, gli Stati Uniti, in guerra contro il nazismo, nemico degli ebrei, e mentre cerca di farlo rimanendo in patria e dando qualcosa a cui pensare a dei ragazzini, cercando di trasmettere loro, attraverso lo sport, dei valori sani, la poliomelite, un nemico contro cui non si può combattere e che va a colpire proprio il corpo e la forma fisica, minaccia di prenderseli uno a uno.  Il protagonista non riesce a inseguire il mito di Roosevelt, menomato dalla malattia, ma non sconfitto nello spirito, che riuscì a raggiungere obiettivi altissimi, ed arriva a pensare di essere in qualche modo  responsabile per le disgrazie che si abbattono sul quartiere. Il senso di colpa aumenta in seguito ad una decisione difficile; il finale è duro e straziante e ricco di sfumature filosofiche ed esistenziali. Non c’è altro da aggiungere: è un bel libro, scritto bene da uno che sa scrivere.

Philip Roth, Nemesi, Torino, Einaudi, 2011.

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Comments
2 Responses to “Philip Roth – Nemesi”
  1. Marco Vezzaro ha detto:

    Pastorale Americana esordio?

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