Raymond Carver – Da dove sto chiamando

di Tommaso De Beni.

I racconti che compongono questa antologia furono selezionati dallo stesso Carver nel 1988 e proposti nella versione da lui prediletta. Sono note infatti le voci secondo cui l’editore metteva mano prepotentemente alle opere dello scrittore dell’Oregon arrivando a tagliare intere parti, cosicché, come ebbe a dire a Stephen King, il minimalismo, lungi da essere una scuola, non sarebbe altro che una vicenda editoriale. Non mi interessa però disquisire sul minimalismo americano come scuola o corrente, né tanto meno sindacare sui rapporti tra Carver e il suo editore. Ciò che conta è l’opera e Da dove sto chiamando è un’opera estremamente interessante, perché è una summa di tutto il lavoro di un grande scrittore, prematuramente scomparso poco dopo aver selezionato e raccolto in questa antologia i racconti che secondo lui meritavano più di altri di essere letti e ricordati. Ciò che ci resta tra le mani è allora un esempio di realismo americano contemporaneo.

Carver non costruisce grandi intrecci a livello di trama, non ci racconta l’America attraverso grandi drammi familiari o vicende che si tramandano di generazione in generazione o rievocazione di periodi cruciali della storia come per esempio l’assassinio di Kennedy, come invece fanno altri grandi autori come Franzen, Cunningham, Roth e De Lillo. Attraverso dei fatterelli apparentemente insignificanti o dei dialoghi egli ci mostra letteralmente quelli che una volta si chiamavano tranche de vie e che Altman, intrecciando e mescolando alcune storie di Carver (più una originale) chiamò Short cuts. Esaminando una gran quantità di frammenti il lettore si fa un’idea della realtà sociale ed esistenziale americana. Ciò che emerge è l’altra faccia dell’America, non quella colorata, siliconata e palestrata, ma quella solcata dall’alcol e dalle preoccupazioni economiche. Il racconto che dà il titolo all’intera raccolta è per esempio uno straordinario e straziante resoconto del dramma dell’alcolismo. Anche la famiglia non ne esce molto bene, soprattutto negli ultimi racconti, che parlano quasi solo di separazioni, tradimenti e solitudine. A mio avviso però i racconti più riusciti sono quelli di almeno venti pagine, fa eccezione il geniale Perché, tesoro mio?, esempio perfetto di racconto breve riuscito. Ma quelli che prediligo sono però anche quelli più “lunghi” (trenta pagine al massimo); in questi casi ciò che conta non è tanto masturbarsi con lo show don’t tell quanto piuttosto verificare l’abilità dello scrittore nel caratterizzare i personaggi, ma anche di utilizzare con apparente leggerezza tecniche narrative come il “racconto nel racconto”, è il caso per esempio di Provi a mettersi nei miei panni, che tra l’altro sembra essere in qualche modo la continuazione di Vicini.

Gli ultimi due bellissimi racconti della raccolta mostrano un Carver abbastanza insolito, ma altrettanto (anzi, ancor di più secondo me) grande. In Pasticcio di merli un intellettuale interessato più alla storia che alla moglie vede il suo matrimonio andare in frantumi in una scena che rievoca in maniera grottesca il romanticismo, con tanto di nebbia e cavalli. Ne L’incarico si abbandona l’America e la contemporaneità per raccontare gli ultimi istanti di vita di Anton Čechov. È uno straordinario omaggio a uno dei grandi classici della letteratura (che Carver evidentemente non dimenticava, a differenza dei suoi attuali emuli) e a un grande maestro dotato (come molti autori russi) di una straordinaria capacità di scrivere racconti brevi.

Raymond Carver, Da dove sto chiamando, Torino, Einaudi, 2010.

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