Intervista a Mihai Mircea Butcovan

di Martina Daraio e Isacco Tognon.

Mihai Mircea Butcovan nasce nel 1969 a Oradea, una città della Transilvania, in Romania. È l’ultimo di quattro fratelli e, persa la madre all’età di otto anni, il padre e la situazione economica lo spingono ad iscriversi ad un corso di studi tecnici anziché assecondare il suo interesse per il mondo umanistico. Terminata la scuola, a diciotto anni parte per il servizio militare ma il crollo del regime di Ceausescu lo riporta presto a casa e al suo lavoro in un caseificio.
Nel 1991, «per necessità e non per turismo», Mihai decide di partire per l’Italia ed entra in seminario a Monza, seguendo una scelta spirituale e proseguendo così gli studi. Col tempo però si rende conto che diventare prete non è la sua vocazione, lascia quindi incompiuti gli studi di filosofia e teologia e, lavorando per mantenersi, si diploma a Milano presso la Scuola Regionale per Operatori Sociali con una tesi sull’autobiografia come cura di sé in autori romeni emigrati in Occidente, tra cui Emil Cioran, Mircea Eliade e Panait Istrati.
Attualmente vive a Sesto San Giovanni e lavora a Milano come educatore professionale nell’ambito del recupero dei tossicodipendenti e dell’interculturalità.
La sua passione per la scrittura ottiene un primo riconoscimento ufficiale nel 2003, anno in cui vince il premio Voci e idee migranti col romanzo Allunaggio di un immigrato innamorato che  viene pubblicato qualche anno dopo dalla casa editrice Besa.
Nel 2006 vince la XII edizione del Premio Eks&Tra con la raccolta di poesie Borgo Farfalla.
Si distingue sia come narratore che come poeta: i suoi testi sono presenti in varie antologie, raccolte di racconti, riviste e giornali.
Nel 2007 vince il premio Multietnicità ed eticità nella sezione giornalismo, e nel 2009 ottiene un altro importante riconoscimento, vincendo il premio Marenostrum nella sezione letteratura.
Nel 2009 pubblica Dal comunismo al consumismo: fotosafari poetico esistenziale romeno-italiano, una raccolta di poesie corredate dalle fotografie di Marco Belli.
Affianca all’attività di scrittore e poeta quella di giornalista: collabora con varie riviste e quotidiani, tra cui l’«Internazionale» e «Il Manifesto». Fa parte del comitato editoriale della rivista «El-Ghibli» ed è membro del comitato direttivo del CeSPI, Centro Studi Problemi Internazionali di Sesto San Giovanni.

1 – Che senso ha parlare di scrittura migrante in un mondo che vede le barriere fra gli stati farsi più flessibili, ma che conosce spesso muri sempre più alti innalzati a difesa dai cittadini? E’ possibile cominciare a togliere delle etichette dalla letteratura?

Evidentemente c’è stato, ad un certo punto, bisogno di definire questo fenomeno di letteratura. Letteratura prodotta da persone che sono arrivate nel Belpaese con una lingua madre differente dall’italiano e che scrivono nella lingua del paese che li ospita.
Il senso di parlarne ancora lo danno – o dovrebbero darlo, con onestà intellettuale – gli accademici, gli studiosi del fenomeno.
Io ho parlato di “narrazione migrante” anche nella tesi che molti anni fa ho scritto prendendo in considerazione l’autobiografia come cura di sé in autori romeni emigrati in Occidente.
Le etichette dalla letteratura potrebbero anche essere tolte, nel futuro. Ma forse ad un certo punto della riflessione sulla letteratura prodotta in Italia si è sentito il bisogno di fare qualche distinguo, per ragioni scientifiche e di ricerca. Ho sempre lasciato fare il loro lavoro agli accademici. “Ofelè, fa el to mestè” si dice dalle parti di Milano… “pasticcere, fai il tuo mestiere!”. Aggiungerei soltanto la necessità che ognuno lo faccia in buona fede, con profondo rispetto per i fruitori della sua professione.
Se la lettura di un libro ci affascina e ci piace, oltre ad averci arricchiti culturalmente, scoprire che è stato scritto direttamente in italiano da un autore che è nato altrove dovrebbe essere un approfondimento non certo una discriminante.

2 – In che modo sei riuscito a far pubblicare i tuoi lavori? I canali che hai utilizzato sono quelli della piccola/grande editoria o sei entrato in questo mondo in primo luogo perché la tua era ed è una scrittura di migrante?

Sono arrivato alla pubblicazione dei miei lavori in modo abbastanza rocambolesco. Anni fa, essendo risultato vincitore della sezione “narrativa” di un premio per “immigrati che scrivono in italiano” (sic) mi spettavano mille euro di premio e la pubblicazione in volume. Non ho mai visto né una cosa né l’altra. Poi un membro della giuria di quel premio, affascinato dal testo e intrigato dalla mancata corresponsione da parte degli organizzatori, ha proposto il mio testo ad una casa editrice. Quest’ultima ha ritenuto opportuno pubblicare l’Allunaggio di un immigrato innamorato.
Si può parlare di piccola editoria, se la grandezza degli editori si misura per il volume delle vendite e del chiasso che fanno. Con la modesta esperienza accumulata in questi anni potrei pensare a editoria onesta e disonesta, una divisione che qualifica e non quantifica.
Probabilmente sono entrato in questo mondo perché la mia era la scrittura di un migrante. Ma quando parlo mi dicono che ho l’accento milanese perciò sono le note biobibliografiche che rimandano il lettore alla categoria dei migranti. E gli argomenti trattati nei miei scritti – che siano racconti, poesie o articoli di giornale – penso siano alla portata di qualsiasi autore attento alle odierne dinamiche sociali, italiano o immigrato d’Italia.

3 – Come siete “trattati” voi autori migranti dalla critica letteraria e dal mondo accademico? E che persone sono, in generale, quelle che leggono i tuoi scritti?

Siamo, mi pare, oggetti di studio, noi e la nostra scrittura. Chiedo sempre ai miei lettori la restituzione di una critica sincera, l’unica che possa essermi utile in qualche modo. Ma al di là delle considerazioni degli accademici – che fanno piacere quando sono stimolanti e lasciano perplessi quando ti fanno dire cose che mai avresti detto – sono le ricerche dei giovani studenti e studiosi che trovo molto stimolanti e sono anche un richiamo alla responsabilità: che siano tesi di dottorato, laurea o master… sono sempre sforzi e voglia di comprendere intorno ai miei testi e a questo “fenomeno” oggetto dei loro studi.
Chi legge i miei scritti? Sono persone di varie età, frequentatori di biblioteche, studenti, operatori sociali, curiosi.
Qualche giorno fa ho ricevuto il libro di un sociologo che ha inserito alcuni miei versi come epigrafe, precisando che la citazione “non ha una funzione puramente esornativa”.
Ecco, mai vorrei vedere che i miei testi inflazionano con inutili e banali riflessioni la smisurata produzione libraria dei nostri giorni.

4 – Credi che saresti diventato scrittore anche se fossi restato in Romania? Se sì, cosa ci sarebbe di diverso in ciò che scrivi?

Nemmeno oggi mi considero poi scrittore o poeta. Se fossi rimasto in Romania avrei continuato a scrivere, soprattutto per tenermi insieme in una situazione piuttosto difficile per me. Non avrei avuto l’opportunità di proseguire negli studi e quindi di ampliare le mie conoscenze. L’apprendimento della lingua italiana mi ha dato poi l’opportunità di attingere a molti altri testi e maestri. Leggere Calvino, Pasolini, Caproni, Verga e altri nella lingua originale è un’esperienza che può cambiare la vita. A me l’ha cambiata. E penso che l’esperienza migratoria mi abbia cambiato anche la scrittura, nei contenuti e nella forma.
5 – Consideri la letteratura una forma di impegno civile, un modo per anticipare i cambiamenti culturali e politici e, in un certo senso, condizionarli?

La letteratura è una cosa che si frequenta quando ti hanno insegnato ad amarla e a considerarla fonte inesauribile di stimoli e suggestioni per pensare. L’impegno civile che ne deriva da questo, quando serio ed onesto, deve essere forte.
Io provo a smarcarmi dalla tentazione di estetismi autoreferenziali. Trovo importante dare un senso di militanza alle cose che scrivo. E l’onestà intellettuale rimane il punto di partenza e di arrivo nelle cose che scrivo.
Sarebbe già qualcosa se riuscissimo a trasmettere ai giovani, agli studenti, sin dai banchi di scuola, l’amore per i libri e per quello che di meraviglioso possono contenere, anche in termini di profezie. Io avrei voluto, su certe cose, non avere ragione, essere smentito dalla successiva storia. Qualcuno vivrebbe meglio in condizioni meno drammatiche. Ma a volte basta capire che, in assenza di cambiamenti significativi nel nostro modo di vivere l’impegno civile quotidiano, la storia si ripete e siamo spesso costretti a riviverla nei suoi aspetti più drammatici. Perché una sana cultura e politica – come ci ricordavano i ragazzi della scuola di Barbiana – nasce dal senso di solidarietà e socialità, “per sortirne tutti insieme” e non vivere nell’avarizia.
Purtroppo viviamo in tempi di deterioramento della pubblica istruzione, abolizione della geografia in tempi di globalizzazione, revisionismo storico e linguistico, mignottocrazia e dittatura della televisione. Difficile educare alla lettura quindi arduo avviare ad  un impegno civile.
Il problema non è quando la storia la scrivono i vincitori, il problema è quando la storia la scrivono i colpevoli.

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